Black Mirror. Io non sono qui – Recensione

Black Mirror. Io non sono qui – Visioni e inquietudini da un futuro presente (DeAgostini Planeta Libri, 2018) è un’analisi del giornalista Fabio Chiusi, tra gli scrittori italiani più interessati ed attenti al contemporaneo, sui temi affrontati e sviluppati nella serie televisiva Black Mirror, di Charlie Brooker.

 

I temi affrontati in Io non sono qui

Uno sguardo acuto sul nostro presente, e l’angosciante rivelazione su ciò che sarà il futuro, molto più vicino di quanto si possa immaginare.

La raccolta degli elementi messi in sceneggiatura da Brooker, nella serie tv, è in realtà ispirata da problemi di attualità e dallo sviluppo della tecnologia, ponendo allo spettatore gli interrogativi sui disagi riscontrati nel quotidiano degli esseri umani.

Io non sono qui pone al centro dell’analisi i confini tra virtuale e reale, tra algoritmi e sentimenti, il sovrapporsi di tali dati che confondono le menti in termini di meri problemi umani.

In questo studio, Chiusi tenta di spiegare chi siamo, in che modo stiamo cambiando sotto l’influenza dell’evoluzione tecnologica, e come stiamo vivendo il quotidiano in termini di abitudini, prospettive, educazione e relazioni.

 

La distopia e la narrazione

L’aspetto chiave, che vorrei qui approfondire, è la distopia. L’autore raccoglie le varie definizioni del termine ‘distopia’, cercando tra i vari classici letterari un riscontro con i problemi nella realtà attuale, già previsti, o profetizzati, da scrittori del secolo scorso.

«Uno stato o una società immaginaria, tipicamente totalitaria o post-apocalittica, in cui ci sono grandi sofferenze o ingiustizia» – Oxford Dictionary

«Un luogo immaginario dove tutto va nel peggiore dei modi possibili» – Collins Dictionary

«Un luogo o stato immaginario in cui le condizioni di vita sono estremamente negative, per privazioni, oppressione o terrore» – Free Dictionary

«Un luogo immaginario dove le persone conducono vite disumanizzate e spesso terribili» – Merriam-Webster

 

L’autore solleva una riflessione sul termine ‘immaginario‘, utilizzato in tutte le definizioni di ‘distopia‘.
Considerata come narrazione di ciò che non esiste, di un luogo di fantasia, la distopia, in realtà è: “satira del presente, narrazione del reale attraverso l’immaginario”.

Tornando alle opere letterarie menzionate, la riflessione sulla distopia ci riporta a 1984 di Orwell, Il mondo nuovo di Aldous Huxley, l’antiutopia in Fahrenheit 451 di Ray Bradbury. Ma anche Da noi non può succedere di Sinclair Lewis. Sono stati già immaginati mondi con futuri autoritari, e sono stati già portati a sfinimento gli esseri umani in Il racconto dell’ancella, romanzo di Margaret Atwood del 1985. Proprio in questa visione distopica, Atwood tratta la sottomissione della donna in un contesto di teocrazia totalitaria, che ha devastato il governo degli Stati Uniti, e ha reso “le donne schiave o macchine da parto”.

Ancora, l’utilizzo della satira, e del dramma distopico, si fa strada anche nelle pagine di Sinclair Lewis che, con la sua immaginazione nella stesura del romanzo del 1935, parlava di un futuro leader autoritario negli Stati Uniti. Le analogie con la realtà attuale sono più che chiare, e ciò che per il lettore dell’epoca era solo una storia bizzarra, adesso è concretezza.

Dunque l’immaginazione, utilizzata nei romanzi menzionati, e la fantascienza atta a raccontare di realtà aumentate, di popoli sotto sorveglianza in tutti gli aspetti della loro vita, di esseri umani disumanizzati, di media che controllano e persuadono, di manipolazione della propaganda, attingono dalla cronaca per far fronte ai reali retroscena del presente.

Chiusi a tal proposito scrive:“Ma siamo proprio sicuri che la distopia abbia a che vedere con mondi immaginari?

 

L’umanita in crisi raccontata da Brooker

Nella serie televisiva Black Mirror, spunto di riflessione del giornalista Fabio Chiusi, la narrazione include tutti noi, adesso, nel presente, e non in un futuro. La satira, l’iperbole, le caricature, in realtà sono lo specchio di ciò che siamo diventati. Le attuali tecnologie sono già radicate nelle relazioni, nelle abitudini, nel quotidiano e, appropriandosi indebitamente della nostra intelligenza, reale, la rendono virtuale.

 Tra gli esempi trattati dall’autore, leggiamo della fiducia e della relazione tra madre e figlia. L’azione del Grande Fratello, del sapere sempre dove si è, cosa si fa, diventa l’azione della madre che è sempre a conoscenza dei movimenti della figlia, come un monitor di sorveglianza. Qui l’aspetto di fiducia, elemento cardine dei rapporti interpersonali, si frantuma, si sgretola in un legame fittizio tra genitore e figlio, che diviene prigioniero di un sistema tecnologico. Così anche le relazioni sono pilotate, giostrate da algoritmi, dati, tanto da non riuscire più a credere nel vero contatto, nel sentire, conoscere, raggruppando solo la mera intelligenza e l’istinto umano.

 

Il potere dello specchio nero

 La lettura di Io non sono qui – Visioni e inquietudini da un futuro presente porta alla luce riflessioni rilevanti sulle condizioni della vita umana, sia individuale che collettiva, su ciò che era mito, assurdo, e adesso è reale. Sul potere del progresso tecnologico e sulla sua influenza nelle menti di tutti. Il potere dello specchio nero (Black Mirror) rappresenta tutti gli schermi su cui passiamo la maggior parte del tempo. Oggi, lo specchio nero è l’inconscio deviato, la cecità sulla prospettiva del dopo, e la cecità sul cosa siamo adesso, qui.
Brooker dice: “Il bersaglio grosso non è cosa appare sullo schermo, ma lo schermo.

L’invasione degli schermi per Brooker è precedente al lavoro di Black Mirror. Sul Guardian del 2009  ha parafrasato un estratto di letteratura distopica: “Se volete un’immagine del futuro pensate a uno schermo che urina fosforo su un volto umano, per sempre.

Fabio Chiusi continua: “Prima ancora che disquisire sulla bontà del funzionamento dell’apparato urinario dei media, insomma, sarebbe il caso di renderci conto che, comunque vada, è piscio.

 

Enza Fagnano

 

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