I venerdì del Nucleo Kubla Khan – Giorgio Manganelli

Giorgio Manganelli (1922-1990) è stato uno scrittore, traduttore, giornalista e critico letterario italiano.

Interessato sin da giovane alla letteratura angloamericana, traduce i testi di autori come G.G. Byron e T.S. Eliot, varie opere di W.B. Yeats e, con grande impegno e fortuna, i racconti di E.A. Poe.

Con l’uscita delle sue prime opere e l’adesione al gruppo 63, Manganelli diviene subito un esponente di primo piano della neoavanguardia. Contestualmente all’attività letteraria conduce quella di consulente editoriale per Guanda, Einaudi, Feltrinelli, Garzanti, Mondadori e Adelphi.

La prosa di Manganelli è puntuale e pindarica allo stesso tempo, sospesa tra la fantasmagoria cinica e la trattatistica più analitica. Nella sua Letteratura come menzogna (1967) afferma che “il compito della letteratura è quello di trasformare la realtà in menzogna, in scandalo e in mistificazione” e proprio per questo si dimostra “assai competente in fatto di cose che non esistono” (secondo una sua pertinente autodefinizione).

“Fra i romanzi di Manganelli Dall’inferno è forse il più audace, poiché si addentra profondamente in quella terra al di là di Beckett da cui ben pochi sono tornati a narrare – e raggiunge così punte acuminate di comicità e angosciosità che si alternano con equanime ritmo e talora persino coincidono” (dalla quarta di copertina di Dall’inferno, Adelphi, 1998).

Si consigliano (oltre ai già citati Dall’inferno e Letteratura come menzogna) Centuria: cento piccoli romanzi fiume e Hilarotragedia, entrambi attualmente presenti nel catalogo Adelphi.

I venerdì del Nucleo Kubla Khan, a cura di Nazareno Loise

 

***

 

Mentre la voce distratta si trascina, io chiudo gli occhi. Ho di nuovo di fronte il me stesso di paglia. Mi guarda, i suoi occhi non esprimono tristezza né supplica. Non è più solo. Gli è accanto una figura stranamente benevola, vestita alla maniera dei vecchi medici; nella destra tiene una sorta di forbice dalle lame lunghe e affilate. Sorride, e mi fa un inchino, e avanza un poco la mano sinistra; e la sinistra stringe cautamente una bambola nuda. È una bambola piccola e non bella, di stoffa, mi pare, ma dura, capisco, e compatta, è una femmina, e sebbene stia immobile, indovino che questa bambola ha una sua capacità di muoversi, forse grazie a interiori meccanismi, molle e ingranaggi. La scruto nel volto. Un volto più cauto che anonimo, le labbra appena scostate mi propongono un seghettato sorriso di minutissimi denti. Un orrore profondo mi sconvolge, vedo chiaramente che il me stesso di paglia, l’uomo in guisa di medico, le forbici e la bambola alludono a qualche gesto in cui l’orrore si mescolerà irreparabilmente alla dolcezza. Cerco di capire se il centro dell’orrore sia la bambola, il medico, il me stesso. Urlo, apro gli occhi.

«Hai visto la bambola?» dice la terza voce. «È un sogno giusto».

«È orribile».

«Appunto».

«Questo sogno, è un messaggio dei dèmoni?».

«Qui non ci sono sogni. Quanto a dèmoni, chiunque può esserlo; anche tu».

Taccio. Non è in effetti impossibile che io sia ora dèmone; che il mio travestimento umano si sia diradato quanto basta per lasciar trasparire la mia qualità demoniaca. Forse è vero che sono morto. Certo se mi penso come dèmone, capisco o credo di capire la ferocia della mia condizione di vivo, quella che ho chiamato, mi pare, “la strettura del corpo”, quell’essere troppo minuto per l’anima seviziante che voleva esser partorita. Ma, allora, che è mai quel cerretano, da burla e strazio, e perché mi sono duplicato in un me stesso di paglia e tuttavia senziente? E che cosa è la bambola?

[…]

Apro gli occhi, la bambola è sempre nel mio corpo. Ridendo mi sussurro: sono gravido. Qualcosa mi dice che talune gravidanze possono essere eterne, anche se finiscono. La gravidanza è un segno indelebile. Mi chiedo se oltre che essere dèmone a me stesso, io abbia accolto la presenza di un ulteriore dèmone; ora siamo il rudimento di una famiglia.

«Non desidero essere partorita» dice una voce che riconosco, sebbene non l’abbia mai sentita, per la voce della bambola. «Desidero restarti in corpo a lungo. Sei caldo».

La bambola si muove. Sento che una sua minuscola mano cattura un frammento di carne e lo strappa e se ne nutre; in quel punto del mio corpo scaturisce un dolore atroce quanto effimero. Poi la bambola orina dentro di me. Sento che ciangotta tra sé e sé, poi dilata le gambe rigide, ora defeca. Cibo e latrina della mia bambola, trovo una sorta di pace in questa funzione che sospetto fatale. Ora sono certo che solo all’inferno possono accadere così fatti eventi, ma questo sposta il problema, non altro: giacché non riesco a sapere se io stesso non sia l’inferno, e dunque inferno siano i miei accadimenti. Più tardi parlerò alla bambola. Sta per iniziare una nuova trattativa.

(Giorgio Manganelli, Dall’Inferno, Adelphi, 2014)

 

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