I venerdì del Nucleo Kubla Khan – Sergej Esenin

“Ma perché
accrescere
il numero dei suicidi?
Meglio
aumentare la
produzione d’inchiostri!”
“A Sergj Esenin”, Vladimir Majakovskij

 

Sergej Aleksandrovič Esenin (1895-1925) è stato un poeta russo, dapprima legato al gruppo dei “poeti contadini” di Pietroburgo e poi tra gli esponenti di spicco dell’Imažinizm (immaginismo), corrente letteraria nata a Mosca dopo la Rivoluzione d’Ottobre. La sua poesia è caratterizzata da una portentosa fluidità dei versi e da un’originalissima tendenza a sovrappore vita e letteratura in maniera sapiente e suggestiva.

I suoi primi componimenti, intrisi di fioco lirismo e religiosa deferenza, cantano l’ambiente rurale del distretto di Rjazan´, zona della Russia occidentale che gli diede i natali sul finire del XIX secolo. Allo scoppio della Rivoluzione, Esenin si distacca dalle tematiche agresti per abbracciare le idee innovative e sovversive portate dal “vento di Ottobre”. A questi anni risalgono “Trasfigurazione” e “Altra terra”, poemi celebratori della Rivoluzione.

Ben presto, però, Esenin rimane sopraffatto emotivamente dal processo di industrializzazione che investe la propria terra e che porta alla trasformazione radicale della primitiva campagna. Figlie della dolorosa amarezza di quel periodo sono il poema “Confessione d’un teppista” (1921) e il ciclo “Mosca delle bettole” (1924). Vani risultano i tentativi da parte del poeta di accostarsi alle tematiche di regime e di continuare a coltivare l’iniziale entusiasmo rivoluzionario. Alcolista appassionato, assiduo frequentatore di bordelli e irriverente dissipatore delle proprie finanze, Esenin conduce una vita tormentata e gorgogliante di relazioni amorose (furono cinque i suoi matrimoni). Il climax di disperazione che ne caratterizza l’intera esistenza si conclude con una morte che è già di per sé una poesia e che, oggi, ha assunto i contorni della leggenda. Ricoverato nel 1925 in un ospedale psichiatrico, Esenin viene dimesso a Natale, ma il giorno dopo si recide un polso e scrive con il suo stesso sangue l’ultima poesia:

“Arrivederci, amico mio, arrivederci,
tu sei nel mio cuore.
Una predestinata separazione
un futuro incontro promette.
Arrivederci, amico mio,
senza strette di mano e parole,
non rattristarti e niente
malinconia sulle ciglia:
morire in questa vita non è nuovo,
ma più nuovo non è nemmeno vivere.”

Scampato al tentativo di suicidio, il giorno dopo riesce nel suo intento impiccandosi nella stanza di un albergo a San Pietroburgo. Il 27 dicembre 1925, all’età di 30 anni, se ne va uno dei più grandi poeti russi (e non solo!) di sempre.

***

L’UOMO NERO di Sergej Esenin

Amico mio, amico mio,
Sono molto molto malato.
Non so io stesso donde provenga questo male.
Se sia il vento a fischiare
Sulla vuota e deserta campagna,
O se l’alcool sconvolga i cervelli come
un boschetto a settembre.

La mia testa sventola le orecchie,
Come un uccello le ali.
Non ha più la forza
Di dondolarsi sul collo.
Un uomo nero,
Nero, nero,
Un uomo nero
Siede sul mio letto,
Un uomo nero
Non mi fa dormire tutta la notte.

Un uomo nero
Muove un dito sul libro abominevole
E, con voce nasale
Come un monaco sopra un defunto,
Mi legge la vita
Di un furfante ubriacone
Incutendo nell’anima angoscia e sgomento.
Un uomo nero
Nero, nero…

«Ascolta, ascolta,
Ci sono nel libro molteplici
Piani, pensieri bellissimi.
Abitava quell’uomo
Nella contrada
Dei più tremendi
Banditi e ciarlatani.

A dicembre in quella contrada
La neve è diabolicamente pura,
E le bufere mettono in moto
allegre conocchie.
Era quell’uomo un avventuriero,
Ma della specie migliore
Più alta.

Era elegante,
E per di più poeta,
Benché di una forza non grande,
Ma spigliata,
Ed una certa donna,
Di quarant’anni e passa,
Chiamava puttanella
E insieme sua diletta».

«La felicità – egli diceva–
È destrezza di mente e di mani.
Tutte le anime maldestre
Ebbero sempre fama di infelici.
Non fa nulla
Se molti tormenti
Arrecano i gesti
Ambigui e bugiardi.

Fra tempeste e bufere,
Nel gelo della vita quotidiana,
Nelle perdite gravi
E nella tristezza,
Mostrarsi sempre sorridenti e semplici
È l’arte suprema nel mondo».

«Uomo nero!
Tu non osi altrettanto!
Che m’importa della vita
D’un poeta scandaloso.
Leggi ad altri, ti prego,
Il tuo racconto».

L’uomo nero
Mi guarda fissamente.
E gli occhi gli si coprono
D’un vomito azzurro,
Quasi volesse dirmi,
Che sono un ladro e un furfante,
Che impudente e spavaldo
Qualcuno ha derubato.

Amico mio, amico mio,
Sono molto molto malato.
Non so io stesso donde provenga questo male.
Se sia il vento a fischiare
Sulla vuota e deserta campagna,
O se l’alcool sconvolga i cervelli come
un boschetto a settembre.

E l’uomo nero, ancora,
togliendosi il cilindro
getta il soprabito con noncuranza
viene a sedersi sulla mia poltrona.

«Ascolta, ascolta!
Io non ho mai visto,
Nessun furfante
Soffrire di un’insonnia
così stupida e vana.

Ma supponiamo che io mi sia sbagliato!
Stanotte c’è la luna.
Di che altro ha bisogno
Questo piccolo mondo ubriaco di sonnolenza?
Forse, con le sue grasse cosce
“Lei” verrà di nascosto,
E tu le leggerai
La tua languida lirica sfiatata?

Io amo i poeti!
Razza divertente.
Ritrovo sempre in loro
Una storia che al cuore è ben nota,
Come a una studentessa pustolosa
Un mostro dai lunghi capelli
Che le parla del cosmo,
Grondando languore sessuale.

Non so, non ricordo,
In un villaggio,
Forse a Kaluga,
Ma forse anche a Rjazan’,
In una semplice famiglia contadina,
Viveva un ragazzo
Di gialla chioma,
Con gli occhi azzurri…

E divenne adulto,
E per di più poeta,
Benché di una forza non grande,
Ma spigliata,
Ed una certa donna,
Di quarant’anni e passa,
Chiamava puttanella
E insieme sua diletta».

«Uomo nero!
Sei un ospite pessimo.
Questa fama
Da tempo ti circonda».
Vado in collera, m’infurio,
Il bastone mi vola
Dritto sul suo muso,
Alla radice del naso…

La luna è morta,
Alla finestra illividisce l’alba.
Ahi tu, notte!
Perché tanto scompiglio?
Io sto in cilindro.
Con me non c’è nessuno.
Sono solo…
E lo specchio infranto…

Non è nuovo morire in questa vita
Ma vivere non è neppure nuovo.

(S. Esenin, Poesie e poemetti, Rizzoli Bur 2000 a cura di E. Bazzarelli)

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