Le tendenze suicide nella poesia confessionale di Anne Sexton

Nel 1974, a soli 45 anni, Anne Sexton si suicida: si chiude nel garage di casa sua e si avvelena col monossido di carbonio. Non fu né la prima, né l’ultima donna scrittrice, poetessa, a trovare nel suicidio una via di fuga dalla vita. Prima di lei Virginia Woolf, Sylvia Plath, e molte altre. Ma cos’è che spinse Anne Sexton a porre fine alla sua vita? E in che modo il tema del suicidio si intreccia costantemente con la sua scrittura poetica?

Anne fu incoraggiata a scrivere dal dottor Martin Orne, lo psichiatra che consultò in seguito a gravi crisi depressive e al tentato suicidio del 1956. Iniziò così la sua “rinascita” a 28 anni. La Sexton cercò nella scrittura e nella poesia una forma di guarigione, e di auto guarigione, un modo per esprimere le emozioni represse della sua vita più intima e profonda.

La sua poesia è sempre stata definita “confessionale”: nella poesia confessionale, che nasce intorno agli anni sessanta come rottura con la tradizione poetica, lo scrittore lascia andare con grande coraggio quello che ha sepolto in se stesso, le emozioni e i segreti del suo inconscio. La confessione offre così un sollievo dal senso di colpa più di qualunque medicina o strategia elaborata dalla psicanalisi. Ma la fama non curò la malattia di Anne: nonostante il grande successo professionale, rimase sensibile alla tristezza e alla depressione, diventando dipendente dall’alcool e dai sonniferi.

Il flirt della bella e dannata poetessa con la morte non si interruppe mai nel corso della sua vita. Nella poesia della Sexton sono frequenti i richiami al Tanathos freudiano, l’istinto aggressivo di morte opposto all’istinto di vita dell’Eros.

La morte, una presenza costante, una meta da raggiungere, quasi un desiderio. Nella poesia Wanting to die (1964), la Sexton rivela tutti i suoi angoli più oscuri senza vergognarsene. Wanting to die è stata scritta il 3 febbraio 1964, esattamente un anno dopo il suicidio della Plath, l’11 febbraio 1963. Anne ammirava molto Sylvia: entrambe avevano studiato a Boston, avevano frequentato i corsi di Robert Lowell, avevano condiviso sbronze, crisi, racconti di cliniche psichiatriche.

Quando Anne venne a sapere del suicidio di Sylvia, disse al suo terapeuta: That death was mine!

Wanting to die è un viaggio all’interno del mondo del suicidio, la morte è dolce (con l’aiuto dei farmaci e delle droghe).

But suicides have a special language.
Like carpenters they want to know which tools.
They never ask why build.

Twice I have so simply declared myself,
have possessed the enemy, eaten the enemy,
have taken on his craft, his magic.

 

Ma i suicidi hanno una lingua speciale.
Come i falegnami, vogliono sapere quali attrezzi.
Non chiedono mai perché costruirli.

In due occasioni mi sono dichiarata, con semplicità,
ho posseduto il nemico, l’ho ingoiato
ho rubato la sua arte e la magia.

La storia di Anne Sexton è la storia di una donna intrappolata nella vita domestica, nell’irrazionalità e nel desiderio di morire.

Analizzando alcune delle sue poesie, come Sylvia’s death e Suicide Note si possono intravedere e spiegare le ragioni che stanno dietro a quel forte desiderio di morte, in particolare dietro alle tendenze suicide che si trovano nel profondo della psiche di una donna malata come la Sexton.

La depressione profonda di Anne era il risultato di un’oppressione sociale esercitata su di lei e la morte fu un modo di fuggire dalla prigione familiare, sociale e domestica. La malattia mentale e la depressione che conducono al suicidio non sono infatti esclusive delle persone che soffrono a causa del vissuto di eventi traumatici. A volte il passato può continuare a perseguitare gli animi più sensibili che cedono sotto al suo peso. E quando si arriva alla conclusione che non c’è via di fuga, che la vita non sarà mai più una vita normale, che non si guarirà mai più dai propri demoni interiori, il suicidio sembra essere la soluzione migliore.

La poesia confessionale della Sexton spianò la via alla psicanalisi per penetrare nel cuore e nella mente di una donna sull’orlo del suicidio. Molti studiosi hanno cercato e cercano tutt’ora di analizzare i problemi psicologici della Sexton alla luce della sua poesia per comprendere il suo gesto. Il legame tra la poesia di Anne Sexton e la psicanalisi fu da subito molto stretto: fu proprio il suo terapista a consigliarle di scrivere poesie per esternare i suoi sentimenti negativi.

In Sylvia’s death (1963) Anne confessa apertamente la sua depressione, la sua rabbia, la sua prigionia domestica, la sua dipendenza dall’alcool. La casa è ormai solo una scatola di mattoni piena di cucchiai usati per nutrire i figli. Le mansioni domestiche di Anne erano in forte contrasto con la sua vera essenza di poetessa. È chiaro anche il riferimento al suicidio di Sylvia Plath. La Sexton si rivede nella deprimente vita domestica della Plath: entrambe erano indifferenti al loro ruolo di madri, sposarsi, fare figli erano stati la loro fonte di disgrazia.

(And me,
me too.
And now, Sylvia,
you again
with death again,
that ride home
with our boy.)

And I say only
with my arms stretched out into that stone place,
what is your death
but an old belonging,
a mole that fell out
of one of your poems?

 

(Ed io,
anche io.
E ora, Sylvia,
di nuovo tu
di nuovo con la morte,
quella corsa verso casa
col nostro compagno.)

E io dico solo
Con le mie braccia protese in questo luogo di pietra,
che cos’è la tua morte
se non una vecchia alleanza,
una spia che cadde
da una delle tue poesie?

 

In Suicide Note (1966) è sempre presente il desiderio di morte. Anne proietta nei versi l’alienazione dalla vita sociale e esprime il forte desiderio di non essere mai nata, di tornare nel grembo materno, sostenendo che nessuno sarebbe toccato dalla sua morte: non c’è motivo di portare avanti una vita tanto inutile.

 

Better somehow
To drop myself quickly
Into an old room.
Better (someone said)
Not to be born

Meglio, in qualche modo,
lasciarmi cadere in fretta
in una vecchia stanza.
Meglio (dice qualcuno)
Non essere mai nati

Anne Sexton cercava una via di fuga, e la trovò, non perché odiasse la vita, ma perché non aveva più le forze ed il coraggio di combattere contro di essa e contro i suoi demoni interiori.

 

Elena Ramella 

Traduzione dall’inglese: Elena Ramella 

Elena Ramella, classe 1995, studia Lettere all’Università di Torino. Ha trascorso un anno in Francia per studio e ha conseguito la laurea in Culture e Letterature del Mondo Moderno. Appassionata lettrice e appassionata scrittrice, ha pubblicato la raccolta di racconti “Lettere dalla notte” (Edizioni LaGru) nel 2015 e il romanzo breve “Melograno” (Edizioni Echos) nel 2016. Da un paio di anni collabora con riviste on-line scrivendo racconti.

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