Maria, piena di grazia – Un racconto di Vincenzo Montisano


(Immagine da Pixabay)

Che il dolore di madre che ho nessuno lo capisce. Che io, mio figlio Claudio, l’ho fatto maturo con tutti i santi crismi e tanta punizione l’anima mia non la merita. E alla madre e al padre mio ho portato rispetto fino alla tomba. E al denaro ci pensai con moderazione, quella che comanda il Signore. E per mia sorella minore Teresa, che per quarant’anni abbiamo abitato porta a porta, pure meglio della Confessione sono stata. Ma la notte… domando perdono e chiedo a Dio se può mai avermi in misericordia, ché da troppo tempo sono ammalata di cattivi pensieri.

Il perdono è una questione proprio di Santi, ché nonostante Teresa me n’abbia fatto di bene, finanche segnando cambiali al posto del marito mio che s’era indebitato, io non posso perdonarla. Né a lei né a Claudio che sono sicura mi si arrangia contro per levarmi di mezzo, a me che l’ho fatto. Impastocchia incartamenti, sono sicura. Così un giorno, uno di questi, viene fino al pianerottolo assieme a quelli dell’ospizio e mi chiude. E quel giorno Teresa l’ha vinta e sta dietro la porta a gustarsi la tragedia mia dall’occhiolino.

Claudio è un uomo fatto e indurito ormai, e io commetto peccato a pensarlo, perché lo amo questo figlio mio, il primo di sei che il Signore mi ha concesso, però mi viene da pensare che è un ingrato quando dice che sono pazza. Pazza io? Forse sì, ma se lo sono la colpa è solo loro, di Claudio e di Teresa. È per loro che tanto ho finto di essere pazza che ora non riesco più a capire se fingo. Riconquistare l’amore di un figlio…

I bambini Claudio non li porta mai a trovarmi, e se lo fa li lascia giusto il tempo della pubblicità prima del comunicato delle otto, “così” dice lui “siamo a casa per cena”. I giovanotti sono in tre e stanno in silenzio come allocchi pieni di paura, seduti sul baule, e non accettano nemmeno le caramelle che gli offro. Poi Claudio mi spalanca le finestre e come per disprezzarmi, a me e alla mia vecchiaia, dice che “c’è odore di muffa, in casa”, e che con le pareti sottili e il freddo che fa devo decidermi “a mettere i radiatori, spendendo o no una fortuna”. Non è modo di pigliarsi cura di una madre: mi sposta i giornali da una parte all’altra cosicché se gli cascano io perdo il segno di Grand Hotel e non so più dove sono rimasta e mi tocca rileggere daccapo. A me che gli ho donato tutto, che è il frutto del seno mio… quanto mi è caro, anche più caro degli altri figli miei. Mi pesa avergli dovuto insegnare a lui e agli altri la tragedia che è stare al mondo.

Mia sorella Teresa non lo dice, ma io lo so, lo so che ha la casa piena d’invidia quella! Tanto che io, dietro la porta, tengo un paio di corna rosso acceso per il malocchio, che lei crede sono per mia nuora, che pure non mi tollera e che non affronto dal giorno che si è presa a Claudio. A Teresa, di figli, Dio non ha voluto mandargliene ma di mariti sì, due, e si è pure permessa di rimproverarmi per come l’ho cresciuti i miei, specialmente a Claudio mio che lei ha avuto sempre a cuore. Come se me lo contendesse, se lo teneva in casa sua pomeriggi interi, e le mura di veli di cipollache mi separavano da lui a me mi parevano bastioni. E quando giungeva l’ora di ritornare a casa, tra le braccia di sua madre, non voleva di che sentirne e dovevo portarmelo via a furia di cucchiaie di legno rotte sulle spalle. Che fattura gli avesse fatto Teresa non l’immagino e Dio non voglia che, pietà, misericordia, lo abbia iniziato a uno qualunque dei sentieri che conducono al peccato.

“Sei una spilorcia” mi ha pure detto un giorno che eravamo andate assieme al mercato, che i miei figli l’ho istigati alla rinuncia, li ho fatti scalcagnati seppure lei di quattrini me ne ha passati a iosa per crescerli come comanda Cristo. Parla lei, che non sa cosa sono le ristrettezze e le economie. Lei, l’agio ce l’ha nel sangue perché i mariti hanno sempre lavorato bene; non come il mio che se l’è andato a trovare per mare, un lavoro, tanto bello che non riporta a casa nemmeno gli spicci. E a lei che gliene importa se il primo marito andava al biliardo tutte le sere a bere e a scommettere, o se il secondo frequentava la casa di tolleranza in fondo alla strada vicino al macello, come tutto il quartiere sparlava, che gliene importa? Fatto sta che quando una sera mi sono arrischiata a pronunciarmi contro uno dei suoi mariti, dicendo che era un farabutto che neanche all’inferno, quella se n’è rientrata in casa puntuta, lasciandomi sul pianerottolo come una fessa.

E nei giorni appresso io avevo un bel consumarmi le nocche per battere alla porta sua, perché mi serviva pure qualche altro soldo per sfamarle, le creature mie, ma quella neanche per carità apriva, anzi. Vedendo che ero io, si ritirava alla stufa con le gambe rinsecchite sotto la coperta di lana.

Figurarsi se potevo accettare prediche su come educare i figli miei da una sorella sterile e invidiosa come Teresa. È già penoso impartire a un figlio certe lezioni per farlo uscire dalla miseria, dirgli che se andava tanto di moda lo spergiuro lui avrebbe dovuto pure adeguarsi per riuscire a mettere da parte quanto più possibile, se i ladroni avevano la meglio allora meglio essere un ladrone.

Su Teresa c’era una voce para. A detta di tutti era buona come il pane, mentre di me senza motivo si diceva in paese peste e corna, ma della mia lezione ai figli lei non ci ha mai capito un’acca, perché mia sorella è sempre stata danarosa e quando un domani si incammina per il sonno eterno, fuori dal tabbuto rimangono conquibus a iosa e case e terra. E poi la povertà non la poteva capire perché non frequentava la chiesa, perché io dico che l’essere benestanti è una cosa che uno se la deve guadagnare, che nostro Signore gliela manda se uno sa meritarsela. Me lo ricordo quell’innocente di Claudio, me lo ricordo bene che, quando gli dissi che Teresa prima o poi ci lasciava ereditieri di tutto quello che era suo, mi domanda “Gesù dice di dare, perché voi non date mai?” e con il cuore mio in mano, trafitto di spade come a quello di Maria Addolorata sotto la croce, io gli rispondevo che nostro Signore l’avrebbe pure tollerato, da parte nostra che non avevamo niente, un poco d’egoismo.

Oggi è il martedì grasso. E il martedì grasso Claudio mi porta sempre un vassoio di castagnole con la crema di De Sanctis. E oggi… ? O adesso che giudica sua madre una scombussolata ha perso per lei ogni riguardo e non viene? Come vorrei che arriva e mi dà un abbraccio che mi toglie il respiro e che mi dice che non ha intenzione di chiudermi all’ospizio, che mi vuole bene e che mi porterà a casa sua a stare e che dirà alla moglie di tagliarsi la lingua se dice qualcosa contro di me. Ma chi me lo dice che se sento sbattere il portone, altro che castagnole, quello non è già qui con gli infermieri? Sono i cattivi pensieri che mi fanno pazza.

La Tv ad alto volume la tengo apposta, le pareti di casa sono così sottili che così a Teresa la faccio uscire dai gangheri, se vuole riposare. Parte il meteo delle sette e mi dico che ormai Claudio non viene più.

Mi appoggio sulla poltrona quando le imposte di casa tremano perché dabbasso qualcuno è entrato nel palazzo, il portone si è richiuso pesantemente come al solito, e subito mi sale l’acquolina perché penso alle castagnole con la crema bianca, e assieme mi piglia una paura nervosa come di morte. Paura che sono venuti a pigliarmi.

Spio all’occhiolino della porta ma non vedo nessuno sul pianerottolo, né Claudio né gli infermieri. Di là parte la sigla del telequiz che non mi perdo mai e sono combattuta se aspettare ancora o andare a guardarlo… poi si avvicinano i passi di qualcuno che sale le scale: vedo che è proprio Claudio mio. Ha sul palmo della mano una guantiera incartata di rosso con il timbro della pasticceria De Sanctis. Il cuore mi si riempie di gioia e subito mi do una sistemata alla piega, allo specchio della cappelliera, che mica Claudio deve sopportare la vista di una madre sfatta di vecchiaia. Lo sapevo che non si era dimenticato. Allora, aspetto, accucciata dietro la porta. Aspetto e lo sento tossire leggermente sul pianerottolo, ho le vampe, aspetto fin quando non sento suonare un campanello e quando suona sono lì pronta, che sto per aprire. Poi mi fermo, con la mano sul pomello. Mi rendo conto che non è il mio il campanello che ha suonato. Origlio lui che dice che gli ha portato i dolci di carnevale, quelli che gli piacciono tanto. Non appena sento la voce di quella due lire di mia sorella Teresa che lo ringrazia per le castagnole, io mi devo allontanare dalla porta per non fare una sceneggiata.

Spengo la Tv nella sala da pranzo e dall’altro appartamento mi arrivano nel silenzio le loro voci che ridono. Mi piglio in giro, e mi sale l’invidia, e mi dico che quando finisce da lei passa da me, anche solo per annunciarmi che domani viene con quelli dell’ospizio.

Poi mi avvicino alla finestra che affaccia sulla fruttivendola e la spalanco perché in casa c’è puzza di muffa e il cuore mio è spezzato. Fisso per venti minuti il bitume della strada e i fiori che sono morti sul davanzale, poi il portone si chiude e la sagoma del figlio mio la vedo andare verso la sua automobile di lusso, e poi ritornarsene verso quel mondo in cui così bene gli ho insegnato a stare.

 

Vincenzo Montisano, 1988, collabora con le associazioni letterarie La Masnada e Nucleo Kubla Khan. Ha pubblicato il romanzo pulp Roy Scarlatt (I DISGELIEdizioni, 2014). Le sue ulteriori opere potete richiederle se possedete il suo numero di telefono, familiarizzate con i samizdat o frequentate gli scantinati delle case editrici. In mezzo alla poesia della polvere, leggere è meglio.

 

 

Maria, piena di grazia (c) 2019 Vincenzo Montisano

 

 

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