Virginia Woolf: una vita a Londra


(Christiaan Tonnis~ Virginia Woolf / Olio su tela / 1998)

Il rapporto che lega Virginia Woolf alla città di Londra è viscerale e indissolubile. Dall’infanzia trascorsa nel quartiere borghese di Kensington alla ribellione giovanile degli anni di Bloomsbury, la mappa della città e la biografia della scrittrice si intrecciano in una fitta trama di emozioni geografiche.

“Ecco ciò che amava: la vita, Londra, quell’attimo di giugno”. Sono i pensieri di Clarissa, la Signora Dalloway resa immortale dalla penna di Virginia Woolf, mentre attraversa Victoria Street. A pensarlo è Clarissa, ma la sovrapposizione con Virginia è inevitabile, poiché da sempre il rapporto che lega la scrittrice alla città è quanto mai profondo, viscerale, indissolubile. Nata nel quartiere borghese di Kensington, trascorre un’infanzia monotona al 22 di Hyde Park Gate: un’enorme dimora a sette piani, pesantemente arredata e molto buia. Con la morte dell’amatissima madre Julia nel 1895, la casa di Kensington si trasforma in un luogo sepolcrale, atterrente, mortifero. I cancelli si sbarrano a lutto, il dolore permea l’abitazione e la gaiezza dell’infanzia è perduta per sempre.

È solo nel 1904 però, con la morte del padre Leslie Stephen, intellettuale di grande rilievo e figura ingombrantissima, che Virginia e i suoi fratelli decidono di abbandonare una volta per tutte l’oscurità (fisica e psicologica) di Kensington e di trasferirsi a Bloomsbury, un quartiere vivace ed esuberante, vicino al British Museum, alle prestigiose accademie londinesi e alla stazione di King’s Cross. La nuova casa, ariosa e luminosa, si affaccia sulle alberature di Fitzroy Square e diventa il quartier generale del Bloomsbury Group, uno dei salotti artistico – intellettuali più rivoluzionari e progressisti dell’epoca. Lytton Strachey, Leonard Woolf, Clive Bell, Roger Fry: il salotto degli Stephen si popola delle menti più brillanti e creative del tempo, si trasforma in territorio fertile di idee e sperimentazioni. Elettrizzanti discussioni sulla sessualità, dibattiti sul pacifismo e sul femminismo si protraggono ogni giovedì fino a tarda sera, relazioni non del tutto convenzionali e bizzarre convivenze vengono sperimentate dai membri del gruppo, destando lo scandalo di borghesi e benpensanti.

Il trasferimento a Bloomsbury rappresenta per Virginia una vera e propria liberazione dalla gabbia del conservatorismo vittoriano. Come sottolinea lei stessa nel saggio autobiografico A Sketch of the Past, “Al 22 di Hyde Park Gate intorno al 1900 si poteva reperire un modello perfetto di Società Vittoriana”. A Kensington tutto rispondeva all’etichetta e alle convenzioni più rigide: dai riti della colazione e del tè all’arte della vuota conversazione, dalle cene dai Chamberlain al ballo di Trinity. La “scarcerazione” dai cancelli di Kensington non è altro che l’affrancamento da un regime familiare conservatore e questa emancipazione conserverà sempre per la scrittrice un’accezione “geografica”. Il passaggio da Kensington a Bloomsbury rappresenta un autentico passaggio dall’oppressione alla libertà che non ha una dimensione solo concettuale ma anche squisitamente spaziale. Anni più tardi infatti confessa al diario:

“È arrivato il caldo, portando con sé ricordi incomprensibilmente sgradevoli di feste e di George Duckworth; un timore che mi perseguita anche ora, mentre percorro Park Lane sull’imperiale di un autobus, pensando a Lady Arthur Russell e così via. Mi disamoro di tutto; ma mi innamoro di nuovo quando l’autobus arriva ad Holborn. Un curioso passaggio, codesto, dalla tirannia alla libertà.”

 

Il “passaggio dalla tirannia alla libertà” è rivissuto nello spazio interno della coscienza e in quello esterno percorso sull’autobus: passando per Park Lane le tornano in mente i balli, le cerimonie, il fratellastro George (da lei definito come un “fossile” vittoriano) . Il ricordo del gusto borghese per le convenzioni e per le buone maniere le provocano un sentimento di claustrofobico soffocamento che cessa non appena l’autobus raggiunge Holborn.

In una delle cene di Gordon Square organizzate dalla sorella Vanessa, Virginia fa la conoscenza di Leonard Woolf, l’amore di una vita che sposa nel 1912. Andranno a vivere al 13 di Clifford’s Inn, tra Chancery e Fetter Lane, poco lontano da Fleet Street, il centro del gironalismo britannico. I giorni trascorrono gradevoli tra i pranzi alla Cock Tavern e le visite agli amici di Bloomsbury nel Nord Est. Ma la pace dura poco, nel 1913 Virginia è vittima di una delle crisi maniaco-depressive che la perseguitano dalla morte della madre. La pubblicazione del suo romanzo The Voyage Out la rende nervosa, le procura notti insonni e crolli psicologici, tanto che arriverà a tentare il suicidio con un’overdose di Veronal. I Woolf lasciano Londra e si trasferiscono nella loro casa di campagna, la Hogarth House, a Richmond. È qui che nasce la Hogarth Press e che i due diventano editori: un nuovo mestiere le cui proprietà terapeutiche di certo non sfuggono a Leonard. Lo spazio della campagna si sostituisce a quello della città e si rivela essere una vera e propria cura per la scrittrice. Virginia riscopre il gusto per il lavoro, per l’operosità, per i semplici gesti come battere a macchina o rilegare un libro. E guarisce.

 

Ma Virginia è cittadina nell’animo, la vita di campagna non le si addice. Londra le manca, ha nostalgia anche solo di camminare a Cheapside. Il 19 giugno del 1923 confida al diario di voler tornare in città, a Richmond si sente in gabbia, in prigione, inibita: “Se la scelta è fra Richmond e la morte, io scelgo la morte”. Nel 1924 riesce nel suo intento: affitta per dieci anni un appartamento al 52 di Tavistock Square, in pieno Bloomsbury. Dalla sua nuova casa può scorgere la guglia bianca di St. Pancras e il blu e rosa dell’Imperial Hotel in Russell Square. Adora guardare gli autobus che passano in Southampton Row e passeggiare a Regent’s Park. Adora andare dalla sarta in Judd Street o passeggiare per Russell Square. Il ritorno a Londra è come un bagno nella bellezza; a Londra Virginia, gioiosa, riassapora l’architettura e i colori, le strade e la gente, i suoni e i ritmi, come dopo una lunga astinenza. Nel diario, il 5 maggio 1924 scrive: «Londra è un incanto. Esco e poso il piede su un magico tappeto bronzeo, mi trovo rapita, nella bellezza, senza neppure alzare un dito.”

Sono gli ultimi anni felici. Tavistock Squareviene distrutta da una bomba tedesca nel 1939. Il 18 settembre dello stesso anno un’altra bomba viene sganciata su Mecklenburgh Square, dove Virginia e Leonard Woolf erano stati costretti a trasferirsi. La loro casa resta in piedi, ma tutto intorno è distruzione: crollato è l’edificio in cui abitava l’antropologa e amica Jane Harrison, brandelli di vestiti penzolano dalle pareti rimaste in piedi, uno specchio dondola fra le rovine. Virginia Woolf paragona la piazza a un’enorme bocca a cui sia stato cavato un dente. Franati sono gli studi poco distanti di Vanessa e Roger Fry in Fitzroy Street: da quelle rovine Virginia riesce a salvare solo un piatto blu Omega disegnato da Roger. Tutto sta crollando: Oxford Street, il cortile del British Museum, i suoi luoghi tanto amati. Camminando lungo Holborn, nella sua Londra ferita, in mezzo alle macerie, anche il suo cuore è in frantumi. In una lettera a Ethel Smyth confessa, amara: “Vedere Londra, la passione della mia vita, vederla distrutta, mi spezza il cuore.” Londra è distrutta, la passione della sua vita è stata disintegrata dalle bombe. A Virginia Woolf non resta che ritirarsi in campagna, nel Sussex. Morirà suicida sei mesi dopo, lasciandosi annegare nel fiume Ouse.

 

Aida Marrella è laureata in Letterature Straniere all’università di Roma Tre.
Vive a Parigi dove lavora come insegnante e traduttrice.

 

 

 

 

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