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9841 – Un racconto di Alessia Principe

 

Oggi su Biblon ospitiamo un nuovo racconto di Alessia Principe (qui il suo precedente).
La storia da cui prende spunto Alessia per il suo racconto è reale. Se volete approfondire la vita di Johann Trollmann vi invitiamo a leggere la pagina di Wikipedia a lui dedicata.

Buona lettura!

p.s.: la mail alla quale proporre il vostro racconto è g.canade@biblon.it

***

Dai diari mai scritti di Johann Trollmann (1907- 1944)

Fu pugile danzante.

A Wittenberg c’è una stazione. E in quella stazione passano dai cinque ai sette treni al giorno. La maggior parte merci. Jurgen dice così. Quelli per i passeggeri transitano a mezzogiorno e la sera, e sono sempre mezzi vuoti. A Wittenberg salgono ma non scende nessuno.

Ho scelto il vagone merci del convoglio che va a Sud, verso Lipsia e Dresda, e poi troverò come passare la frontiera e arrivare fino a Brno. Dicono ci sia un gruppo che nasconde i profughi, anche gli zingari come me.

Il mercoledì e il venerdì il convoglio arriva alle tre del mattino. Scaricano lunghi ferri, casse di legname e carbone. Ho detto che non scende nessuno a Wittenberg. Non è proprio vero. Una volta al mese arriva il carico dei deportati. Lo so perché quando arrivai da Neuengamme era di mercoledì e ascoltai distrattamente il sergente Kauffmann dire al colonnello che era il mercoledì del mese in cui arrivava il mangime per i topi.

Il mangime eravamo noi.

Ad Hainolz spalavo carbone. A Neuengamme, vicino ad Amburgo, facevo mattoni per i faraoni con la divisa. Ero zigeuner, zingaro. Perché tutti lo sapessero, la Z me l’avevano attaccata con un punto sulla giubba.

André Mandryxcs, guidava un pugno di ribelli all’interno del campo.

Ti devi alzare Rukeli, certi uomini come te, devono camminare su questa terra più a lungo possibile, anche a piedi nudi. Mi diceva così.

E diventai Jona, un ragazzo ebreo morto di broncopolmonite. Pace a lui. Strapparono la matricola dalla stoffa del cadavere e l’appiccicarono al mio petto.

Da oggi sei 9841, sei fortunato ragazzo, c’è ancora da fare per te.

Fortunato, ripetevo. Come no.

Ti portano a Wittenberg, stipa il cibo e non andare al tappeto. Solo questo.

Ultima notte a Neungamme, un freddo della malora. Se ne stavano tutti davanti alle brande e piangevano. Io non riuscivo, annegavo tutto il giorno dentro un plasma di dolore continuo e sordo che mi impediva d’essere troppo vivo. Ci nuotavo dentro allo stordimento a bracciate piene. Rimandai a loro un silenzio di gratitudine. Di più non potevo.

Poi mi hanno caricato sul treno del mangime di topi ed eccomi.

A Wittenberg conobbi te, Lai, zigeuner com’ero io. Rubavo tocchi di pane dai canali di scolo e, quando andava molto male, spartivamo tra i denti frammenti di legno, carta. Bevevamo urina quando i soldati dimenticavano le ciotole con l’acqua. Ma non le dimenticavano, scommettevano su quale ebreo o zingaro sarebbe morto prima. Con me hanno perso un bel po’ di quattrini.

Vuoi sapere di Rukeli? A otto anni mi chiamarono così, alberello in sinti. Mi è sempre piaciuto, è un nome che esplode, prende la rincorsa e salta. È che avevo questa manta di capelli selvatici che mi scaldava la testa e dicevano che stavo dritto come un fuscello quando boxavo. Sarà stato per questo. A diciotto anni avevo macinato un centinaio di combattimenti. Ero il campione tedesco dei pesi medi regionali per il nordoccidente. Non male per un fuscello.

Ora Rukeli è tornato, ora fugge lontano.

Sono le dieci e ho preso tutto quello che ho potuto. Sguscio dalla via scavata a mano per mesi da sotto la branda. Ci entro senza problemi, ho il corpo di un ragazzino affamato. I muscoli sono andati, sfilacciati, sfrangiati, strappati dall’inedia. Ho solo ossa rigide che di notte battono come denti nella neve. Tremo per il freddo, ingoio terra, sputo robaccia. Ma sono fuori. Il camion aspetta il primo carico. È il momento più difficile. Fossi quello di qualche anno fa, non mi farebbe paura il diavolo. Quando ero Rukeli, lo spiritaccio d’uno zingaro.

Ti racconto la mia cima senza guardare di sotto. Avevo 26 anni. C’era questo birrificio, molto popolare, il Bockbierbrauerei, a pochi passi dal quartiere Bergmann. Era uno dei posti preferiti per gli incontri di boxe. Quella sera non c’era un angolo libero per il match. Puntavo al titolo dei mediomassimi.

Signori, da un lato del ring, il campione tedesco, il favorito, l’orgoglio della grande Germania, con 77,9 chili di peso ecco a voi Adolf Witt!

Mani spellate, bocche aperte, pugni che percuotono i listoni di legno, volti che si girano verso il corridoio che conduce al quadrato bianco. Ce li ho tutti qui, in testa. Quanto mi divertivo a vederli scaldarsi tanto per quel tizio di poco più grosso di me. Nove giugno 1933, me lo ricordo come fosse ieri. Entra prima lui, non alza neanche la mano per salutare. È nervoso, parecchio. Ha sentito parlare di me, il pugile che danza. Lui è ariano, non può farsi battere da uno zingaro. Io l’ho fatto ricamare sui pantaloncini: Gipsy, perché è così che mi devono chiamare.

Da dove sono io, lo vedo bene. Witt ha l’aria triste, una furia vaga accucciata in due rughe profonde segate sulla faccia. Fa un caldo d’inferno nero. Entro io. Sorrido a tutti, saluto tutti. Dio mio, penso, è tutto mio questo mondo che palpita.

Il camion s’è fermato ma non siamo in stazione. Ecco che il cuore si blocca. Mi chiedo quante volte un uomo possa morire. E poi faccio la conta di quante volte sono morto io. La prima quando ho dovuto lasciare Olga e la mia piccola Rita, poi quando mi hanno trascinato in quella saletta che sapeva di cloro e disinfettante e mi hanno detto: voi sporchi zingari, avete finito di creare bastardi come voi.

Un’altra morte me la sono giocata quando mi ha riconosciuto un soldato delle SS al campo di Neuengamme e ogni sera mi metteva all’angolo e mi costringeva a boxare mentre io volevo solo svenire su un letto di chiodi.

Avrei dovuto perdere di più, avrei dovuto andare al tappeto quella notte di gloria. Dodici riprese, ma Witt l’ho steso. Mio il titolo, mia la folla. Mia Fanny, Gioia, Marlene, Gerda. Ora mi spacca il cervello l’odore dei loro colli bianchi di sapone, il rosso delle labbra che strisciava sulla mia guancia. S’è attaccato tutto qui, sotto il mento, quel bollore di sensazioni.

Il camion è ripartito e anche il mio cuore, con fatica. Oggi è mercoledì, questo l’ho detto, a Wittenberg si gela. Ho avuto la bronchite e non sento più gli odori. Orino sangue, di notte me la faccio addosso. Da tre mesi ho deciso che non voglio morire qui dentro. Ho iniziato a mangiare di più. Se li faccio vincere poi riesco a mettere sotto i denti anche un pezzo di carne. Allora perdo e perdo e perdo, vado giù, knock out. L’ho imparata la lezione. Mangio e mi rimetto in forze. Vado al tappeto e bevo di più.

Lai, ti hanno preso in primavera. Dovevamo scappare insieme. Sei morto certamente. Ti hanno sparato dietro al cortile. Ho sentito i colpi, due. Uno alla nuca. Fanno sempre così. Cammina, ti fanno, tu vai e vedi la parete, quella sfrollata da tutti i proiettili andati a segno sui cervelli di noialtri, con le macchie di materia cerebrale stampate come messaggi d’addio. Il soldato di guardia dice che sei stato trasferito, ma l’odore del sangue lo sento ancora quando scarico il fieno nel cortile.

Tu incassi male, diceva il mio allenatore, quindi portali a spasso, ragazzo, portali a spasso e poi colpiscili. Ho imparato a incassare Zirzow, ad andare giù. Devi saperlo.

A Bockbierbrauerei non avevo ancora capito come funzionava la vita nostra.

Gipsy-Gipsy-Gipsy urlavano tutti e Madaleine da sotto mi sfiorava i polpacci. Madaleine. Volevo affondare nelle sue lentiggini, nuotarci dentro, bere il suo seno. Georg Radamm, era lì con lo sguardo secco. Se ne stava a braccia larghe e tese per tagliare la gioia in due e raffreddarla. Gelarla. Era il presidente dell’associazione boxe tedesca. Un gerarca. Diceva che l’incontro era nullo.

La folla gli si è rivoltata contro, come certi marosi che scorticano gli scogli nudi. Hai mai sentito una cosa così? Migliaia e migliaia di deportati nei campi a morire, e quella sera invece un pugno di gente spintonava uno delle SS per un diamine di zingaro che tirava di boxe.

Dai fischi ai lanci di bottiglie. Per la prima volta la paura ha oscurato un paio di occhi di vetro. Continuavano a gridare il mio nome. Radamm contava i passi che lo separavano dall’uscita, sbarrata dalla moltitudine di rabbia che tracimava violenta. Si arrese. Avevo vinto il titolo. Mi portarono in trionfo a braccia, piangevo. E quello, caro Lai, sarebbe stato un buon momento per morire.

Nel camion che trasporta il carbone, si soffoca. Penso che mi troveranno stecchito al momento del carico sui vagoni. Ecco, mi dico, mentre il mezzo sobbalza sui fossi sterrati, sono nato scuro e morirò nel nero. Forse è così che deve andare. Quando il camion arriva, i soldati si fanno una bevuta al bar della stazione, quello è il momento giusto. Non ringrazierò mai abbastanza Gordo che mi ha detto tutto filo per segno.

Ti ricordi Johann, ti ricordi tutto?

Così scivolo giù, badando a non tossire, tra le rotaie.

Vai all’ultimo binario, è quello che va a Sud. Va a Sud, ti ricordi? Ce l’hai tutto a mente?

Sud è un bel nome, odora di futuro prossimo.

Dopo la vittoria di quella sera a Berlino, Maria, italiana e cattolica, mi disse che sembravo Cristo a Cana e che avevo fatto il miracolo. Stava sempre lì a leggermi la Bibbia dopo che avevamo fatto l’amore nello scantinato sotto casa sua. A me non interessava, volevo stringere solo le sue gambe e dormirci dentro. Ecco perché so di Cornelius, il centurione romano, prima peccatore e poi santo. Te ne parlerò tra un attimo.

Radamm mi costrinse a ripetere l’incontro. Disse che un pugile non piange come una femminuccia. Mi ordinò di stare in mezzo al ring senza muovermi, senza schivare, senza guardia, potevo solo respirare e farmi ammazzare di botte. Doveva tutelare il titolo ariano dallo zingaro maledetto. Mi infarinai il corpo e tinsi di giallo i capelli. Accanto a me c’era Olga, la mia casa, la gioia purissima. Diceva di lasciarli fare, di combattere e perdere. Mi sono piantato in mezzo al quadrato con le braccia larghe. Colpisci Eder, colpiscimi visto che io non posso, vinci così se ti piace.

E mi hanno tolto ogni cosa: il titolo, la licenza, l’onore.

Ho un solo ricordo di quando combattevo nel circo dietro la città, per mettere insieme qualche moneta. La Werhrmacht stava per chiamarmi al fronte. Un leone s’era azzoppato. Ero lì quando gli spararono. Gustav, il nano, mi disse che non era buono neanche da mangiare. Proprio così.

Mezzanotte e quattordici. Lo leggo dall’orologio della stazione. Sta arrivando, lo sento nel tremore delle traversine di ferro che vibrano. Me ne sto rannicchiato come un serpente, appiattito al muro. L’ultimo vagone sarà il mio. C’è un’apertura sul fondo, se si dovesse mettere male salterò giù. Meglio rompermi la testa che finire nel forno.

Il treno arriva e mi inonda col suo fiato di carbone.

Salta dentro Rukeli, saltaci dentro a questa vita. Dimentica Olga, Rita, tuo padre che ti teneva le spalle e diceva che avresti finito per farti ammazzare, il vecchio Zirzow che sbatteva all’angolo le mani sul tappeto e urlava: bravo ragazzo, guardia alta, attacca, attaccalo.

Perché ho ancora tutta questa forza? Non era meglio abbandonarsi, lasciarsi morire? Invece combatto, non ho fatto altro nella vita, questo so fare, questo faccio. Da vivo e da morto.

Scendono i controllori, i mercianti, il capotreno. Devono recuperare il carico, prendere un caffè prima della notte che punta a Sud. Che bella parola Sud. Mi ricorda i piedi sporchi sul selciato, il caldo bianco di agosto. Sud è il cielo che non guardo da una vita. Da quando sollevavo Rita e le sorridevo dicendole: di chi sei tu? Di papà.

Esco dal nascondiglio, mi attacco alla sbarra di metallo dell’ultimo scompartimento. C’è una breve scaletta di acciaio. La porta cede, si apre, non è serrata. Il pensiero che lo fosse era lì acquattato con me, mi accarezzava come una collana di gelo la testa. Una corona di spine. Gesù a Cana, Gesù a Gerusalemme a dorso d’asino. Ti ricordi Maria, com’è finita? È finita su una croce con i chiodi nei nervi. Così è finita. Le palme e il sangue.

«Tu, Trollmann!».

Eccomi, con un piede sul gradino di metallo, il braccio teso nel salire. Vedo la fessura scura dell’interno. Lì, mi sarei messo lì al fondo, tra i sacchi di juta, nell’odore del fieno. Anche quello sa di Sud. Ti ricordi del Sud, Olga?

Cornelius è dietro di me. Ha la faccia ancora tumefatta. Ha qualcosa nelle narici, sembra cotone. Alla fine il naso gliel’ho spaccato insieme alla mascella. Bene, penso, mangerai con dolore e a ogni boccone ti ricorderai di me, quello che te le ha suonate per bene. Quello che stai per ammazzare con un badile.

«Cornelius».

Maria mi raccontava del centurione che s’era convertito. Voleva lo facessi anche io, che andassi in chiesa con lei, la sposassi. Com’era quella storia? Perché torna in mente? Cornelius che ho davanti ha gli occhi da donnola, lucidi, piatti, l’ovale nervoso, gli tremano le mani. Ma io niente, non ho paura.

L’aria in testa ha spalancato tutte le finestre della mia vita e c’è odore di terra quando piove. Olga, baciami da lontano, quando ti ripari sotto le grondaie e scende giù l’acqua di marzo e tu non te ne accorgi nemmeno.

Cornelius cala il colpo, di taglio, e la mia testa si spacca al centro. Il sangue, com’è caldo, è un lago di alta montagna che non fa rumore. Ci immergevo le caviglie in quell’acqua densa, per godere della controra. L’albero e l’acqua. Le radici che succhiano la linfa. Era bello, Rukeli.

Di chi sei tu? Di papà. Di papà.

Colpisce ancora. Ha un’espressione confusa, stupita, vedo le sfumature viola sulla sua faccia, quasi nerastre. Alza e abbassa, alza e abbassa. Ecco perché è arrabbiato. Gli sorrido. Lo sa che ha perso di nuovo. Non ha mai visto un uomo morire contento.

 

Alessia Principe

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