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Ambulatorio: lunedì e mercoledì – Un racconto di Alessia Principe

Dopo una pausa, torna la rubrica dei racconti inediti di Biblon. Per chi se lo fosse perso, vi ricordiamo che i precedenti racconti sono raccolti in un ebook pubblicato da Teomedia e scaricabile gratuitamente da ogni store digitale.

Il primo contributo della rubrica è di Alessia Principe (la sua ricca biografia la trovate a fondo pagina).

Per inviare i vostri racconti inediti alla redazione, scrivete a g.canade@biblon.it

Buona lettura! 

***

 (Illustrazione di Alessia Principe)

 

I dottori hanno cambiato studio mercoledì. Cespuglio ha nascosto l’avviso dietro la colonna. Grosso errore. Le è passato per la testa che per qualche giorno ci sarebbe stata tregua. Nessuna tregua. Solo caos. Cespuglio è stupida. Ti guarda come un maiale in porcilaia. Occhi troppo piccoli, vicini, strabici quando fissano un punto preciso, nuotano nel nulla della sua faccia da scatola. In mezzo il naso stretto e lungo, pizzicato alle narici. Storto.

Questo studio non puzza ancora di alito vecchio e umido sotto i piedi. C’è una vetrata, prende luce dal cortile di un’officina. Un neon è rotto, un altro si accende e si spegne. Così, in continuazione. Cespuglio dovrebbe staccarlo, invece pensa solo a smacchiare col dito i denti grossi davanti.

La porta di ingresso non si chiude bene. Resta aperta di un centimetro e mezzo. Bisogna sbatterla con intenzione, deve fare un clonk secco. Ma non lo fa nessuno, il clonk secco. Chi siede lì, si ferisce con gli spifferi al collo, e scalda le ginocchia con la fogliata delle analisi. Chi siede lì ha un problema di ossa. Di solito. I lenzuoli delle radiografie sono di gran lunga più efficaci perché coprono tutta la coscia.

A ognuno che entra, da dietro urlano: la porta! Perché è così che si fa, almeno di lunedì e mercoledì.

Quadri nel nuovo studio non ce ne sono ancora, solo buchi nel muro e fantasmi di cornici. Il pavimento è troppo screziato di venature, più da dentista di Verdesmeraldo che da ambulatorio di Puntabordò. L’ha scelto il dottore Smagrito che pensa di avere buon gusto. Lui è giallo in faccia e ha gli occhi sono colati all’ingiù. Quindi compensa con le cose pompose. Così tutti lo rispettano di più.

Il vecchio ambulatorio ai Paralleli, era più semplice. Una sola stanza divisa per bene.

Grigio riusciva a capire le situazioni senza fatiche: i preoccupati sempre col cappotto addosso non parlano e non leggono, i novelli stretti in gruppi piccoli chiedono subito informazioni. Le donne incinte sorridono troppo con i loro visi sformati dai chili, i capelli pettinati male, la pelle già da latte. Quando capita accanto a una di loro a lui viene l’emicrania per due giorni. Grigio assimila come può dai vecchi che non si reggono in piedi e vestono di lana fino a giugno, ma è roba di poco conto che lo fa star male il tempo di un sorso d’acqua.

I genitori di figli piccoli hanno sempre l’affanno quando entrano, gli occhi spiritati, giurano che devono solo scambiare due parole col medico. Nessuno gli risponde.

Grigio alle otto arriva all’ambulatorio. Appoggia il giornale sulla sedia per occupare il posto. Poi esce a fumare due sigarette, a intervalli di cinque minuti l’una dall’altra, in attesa che la stanza si riempia di grattacapi. Con quattro medici che fanno studio nessuno ha mai chiesto chi fosse o chi cercasse, e perché ogni giorno fosse lì senza farsi visitare mai. Quando incrocia bambini Grigio scappa, perché i bambini gli fanno male al cuore e poi finisce per ammalarsi sul serio.

La gente nei posti che non conosce arriva nuda. Non scambia, non spande, si rimpicciolisce. Grigio sa che ci vorrà un mese prima di inquadrare tutto con precisione.

Il mercoledì mattina del nuovo studio, con due turni di mattina e nessuno al pomeriggio, dentro non si respira dalla folla. Il telefono di Cespuglio squilla come un allarme antincendio. Lei tiene la porta aperta di proposito, parla svogliata e puzza dalle ascelle. Dice che le rubano due penne al giorno. Parla e sputa goccioline di saliva che atterrano sui fogli del quaderno, tra un nome e l’altro. «Rubano, mi rubano tutto». Grigio l’ha sentita pronunciare questa frase più volte a Grancoscia, quello che porta i caffè alle dieci e a mezzogiorno.

Il segnanumeri continua a squillare stridulo ogni dieci minuti esatti, ma non scala i numeri. Perché è rotto, come la porta e i neon. Cespuglio dovrà staccargli la corrente prima o poi, ma si lima le unghie e straparla di gozzi in gola. Un mercoledì buttato. Un altro.

Grigio si sente bene. Troppo bene e inizia a temere che prima o poi finirà all’obitorio.

Le sedie arancioni dello studio sono sei dal lato della vetrata, coperta dalle tende rigide chiuse con i cordini a grani, quattro all’angolo tra i due muri, e nove dall’altro lato. Nove. Non dieci, non otto, ma nove. Il dottore Smagrito ha voluto così. Per non lasciare i pazienti in grembo al loro posto ma in punta di sedia.

Smagrito è più ricco perché ha due studi privati in più di Cerume. I due si incrociano alle otto, si salutano appena. Smagrito alza gli occhi al cielo quando Cerume gli volta le spalle perché voleva lo studio da solo o al massimo con Centanni e invece è capitato ancora con lui che gli fa sgambetti alle riunioni dell’Ordine e, secondo Cespuglio, prima o poi lo farà trovare nei guai alle votazioni a maggioranza. Cerume è bell’uomo. E quando lo dice, Cespuglio diventa tutta frivola, alza la spalla e spezza con la mano le punte aride dei capelli. Cerume mette le magliette sportive sotto al camice, è concreto ma sdrammatizza spesso con i pazienti lamentosi. Dà anche le pacche sulle spalle e li accompagna alla porta dandogli del tu. Quando entra in studio, la gente si alza dalle sedie per salutarlo. E Smagrito diventa ancora più giallo in faccia per la rabbia.

Grigio non ama l’autunno ma visto che esiste preferisce il lunedì, perché come per mercoledì, i dottori fanno turno solo di mattina e la gente si prende i permessi dal lavoro per farsi visitare.

Lunedì i pazienti hanno l’aria più afflitta e guardano l’orologio continuamente e battono le ginocchia d’impazienza. Sono tutti più malati e costretti, lunedì. Lunedì ognuno sa che sta perdendo qualcosa proprio all’inizio della settimana. Tranne gli anziani che hanno tutti l’aria di avere finalmente uno scopo nella giornata. Però rumoreggiano uguale se qualcuno gli passa avanti. Tossiscono e starnutiscono tutti a intervalli precisi, come cani in strada di notte. È novembre, non l’ideale ma per fortuna tra poco è Natale.

Grigio si rimette a sedere cambiando spesso posto. Esce, fuma, si pettina con due mani, rientra. Ora sfoglia una rivista con due interviste esclusive che strillano sulla copertina. Si sofferma sulla rubrica di un prete che spiega perché usare le spezie è agire contro il Signore Onnipotente. Tre donne occupano tutte le sedie tra i due muri. Vengono da Distantissimo, si capisce dall’accento ruvido e strascicato e dalle dita gonfie e corte. Hanno la pelle molto bianca e pastosa, la peluria scura solo sotto al mento, gli occhi azzurri molto incavati. Quella al centro è la più giovane. Più pallida delle altre due, le scarpe nere con la suola di gomma, i pantaloni sintetici, neri pure quelli. Odora di sudore e ormoni e pezzi di sapone di marsiglia. Ha la faccia di un corpo che sta macinando qualcosa di brutto. Grigio chiede premuroso se le signore hanno bisogno di qualcosa.

La madre della ragazza gli spiega ogni cosa. Dice che la figliola non si regge in piedi. Febbre da un mese. Debolezza, giramenti di testa, perde peso. Non mangia e dorme tutto il giorno. La zia, accanto, suggerisce di andare all’ospedale. Grigio sente una fitta alla tempia. Non può perderle.

«Ma’, Ma’, basta, c’ho mal di testa» riesce a dire la ragazza senza alzare lo sguardo.

La madre fa cenno col capo a Grigio per dire: avete visto come s’è ridotta. «Neanche la pasta si mangia».

Cespuglio chiama il 37, le tre donne di alzano, abbrancano borsette e borse e buste, i cappotti arrotolati sulla quarta sedia, salutano con cortesia. Grigio sfiora la schiena della ragazza, finge di aiutarla ad alzarsi. Al tocco chiude gli occhi e respira profondo. È entrato dentro il suo male e lo assaggia sulla lingua.

Le donne spariscono nel corridoio. La madre avanti, la ragazza al centro, la zia a chiudere la processione che scuote la testa.

È andata piuttosto bene. Non capita spesso di trovarne qualcuno così buono. La maggior parte delle volte sono malanni passeggeri, gravidanze, disfunzioni della tiroide, punti da togliere, postoperatori, influenze, varicelle, reumatismi, vaccini, gastriti, allergie, placche alle tonsille. Le allergie le peggiori, una gran perdita di tempo. Anche le infezioni da funghi lo sono.

È certo che la diagnosi non sarà buona. È certo che Cerume le dirà che c’è un sospetto ma che ancora non può sbilanciarsi. Grigio cammina verso casa, fischiettando. Aspetta di arrivare nel suo appartamento lustrato con candeggina e bicarbonato.

Il piacere non arriverà completo. Grigio è consapevole che non morirà la ragazza. Poteva andare meglio, non c’è dubbio, e si rimprovera per la propria avidità.

Fuori è quasi scuro. Si prepara da mangiare. Ha la febbre, non riesce neanche ad alzare il bicchiere d’acqua. Prende la coperta ripiegata sotto al tavolino e si sistema sul divano davanti alla tv. Non tocca nemmeno il merluzzo bollito lasciato a scongelare dalla mattina. Grigio si gode la malattia fino a che si addormenta. Di notte sogna di camminare sulla ghiaia scura di una stazione abbandonata, c’è un gatto che mangia un cane, strappandogli a morsi la testa.

Alle sette Grigio si sveglia riposato e in forze. Ma decide che salterà qualche giorno al Puntabordò, per sicurezza.

Cespuglio l’ha visto mentre toccava la schiena della malata.

A dicembre Grigio sa che le cose cambiano. Le facce sono diverse sotto Natale, la qualità di scelta è migliore. Nessuno con fisime di poco conto va dai dottori. Cespuglio indossa tutti i toni del rosso, dice che mette allegria, così ci abbina il rossetto sbavato e le scarpe a punta.

Mercoledì del venti dicembre, la giornata è quasi finita. Grigio resiste fino alla chiusura. È rischioso, c’è poca gente, ma lo scorso anno la pazienza l’ha ripagato bene. Aspetta, tenendosi il posto accanto alla porta del centimetro e mezzo. Arriva una coppia. Lei è magrissima, zigomi alti, capelli lisci e chiari. Lui è poco più alto di lei, camminano mano nella mano. Grigio aspetta che si siedano. Si costringe a non avere fretta. Dopo qualche minuto si alza per controllare il quaderno delle prenotazioni e, con la scusa, avvicinarsi a lei. L’eccitazione è uno scossone nell’intestino, fatica a non sorridere. La donna è così grave che Grigio quasi non riesce a crederci. Riconosce subito tutto il male, lo vede pulsare attraverso il cappotto chiaro di lana di lei chiuso con una cinta.

«Chi aspetta?».

È Cespuglio. Grigio torna in sé, stacca gli occhi dalla coppia che ora si accorge di lui. L’uomo lo guarda con sospetto. Adesso Grigio deve respirare bene, distendere la bocca, controllare il rossore, abbassare le spalle.

«Dottore Granbasso» le spiega senza scomporsi. Ma Cespuglio lo fissa con lo sguardo sconnesso, annacquato.

«Non c’è oggi lui, venga, la passo dal dottor Cerume che è libero».

«Devo parlare con Granbasso» insiste Grigio.

«Granbasso non c’è, c’è il dottor Cerume».

«Tornerò domani».

«Neanche domani c’è».

Grigio si abbottona il cappotto.

«Allora tornerò quando ci sarà» e mantiene fisso il sorriso senza barcollare.

Si apre la porta a destra del corridoio e Grigio vede Cerume sulla soglia che gli fa segno di avvicinarsi. Grigio non vuole parlare con Cerume che ha il camice mezzo sbottonato e la maglietta dei Mr. Big sotto. Vuole sedersi accanto alla coppia e sapere tutto di lei che se ne sta andando e non lo sa ancora.

«Torno un altro giorno» dice Grigio ma non si muove. Sa che deve rinunciare. Fa per voltarsi ma qualcosa lo blocca.

Cerume non si schioda da lì, gli fa cenno ancora. Grigio sente gli occhi rincretiniti di Cespuglio incollati sulla sua indecisione, la coppia che lo squadra, i due vecchi attentissimi, la donna appena entrata ferma alla colonna.

«Prego, signore, entri qui», insiste Cerume alzando la voce. Grigio gli sorride. Va. Cammina lungo il corridoio. Lì ci sono i quadri. Più accanto allo studio di Cerume che di Smagrito. Sono dei suoi figli. Paesaggi, case col tetto gigante, fiori e un tramonto sul mare fatto graffiando la cera. Grigio entra nella stanza, si accomoda sulla sedia di metallo.

«La vedo spesso, ma non entra mai in nessuno studio. Dica, che vuole?» dice Cerume. Non gli dà del tu. Non sdrammatizza. Grigio incrocia le dita sulla scrivania con sopra i registri gonfi di scritte a penna.

«Non sto molto bene, dottore».

Cerume allarga le braccia. «Mi dica».

Grigio sospira. «Alla fine dell’anno è sempre così, mi indebolisco quando non lavoro bene».

Cerume è all’erta. Non si fida. Inizia a sudare e si tocca il bordo del colletto con le dita.

«Dica allora, che sintomi ha di preciso?» gli chiede.

Grigio ora vuol restare ma vuole anche spiegare, perché il dottore ha l’aria di uno non sa proprio niente e neanche lo sospetta. E Grigio vorrebbe dirgli tutto ma non può andare fino in fondo. È sbagliato dire, è ingiusto, poco educato. Cerume allontana il posacenere, batte al computer abbassando gli occhiali a mezza luna.

«Le faccio una prescrizione per le analisi del sangue».

Ma le mani gli tremano quando restano ferme a mezz’aria, mentre cerca i codici con lo sguardo sui registri.

Grigio pensa che è più giovane a vederlo da vicino, i capelli ricci appena grigi, la faccia abbronzata, gli occhi a biglia verde scuro, il fisico solo un po’ appesantito, le dita magre, la fede grossa. Sulla scrivania due foto in cornici d’argento. In una, figlie e moglie non sorridono sul divano verde di casa, nell’altra è lui solo, con una grossa orata accanto e gli occhiali da sole a goccia. Molti anni prima di quell’ultimo giorno della sua vita.

Grigio pulisce il piano dalla polvere con un dito.

«Che sintomi ha lei, dottore?» chiede con tutta calma.

Cerume si acciglia. «Dice a me?» risponde lui e smette di scrivere. Si guardano. Cerume incrocia le braccia poi fa per avvicinarsi a lui col busto. Le carte sotto il suo braccio frusciano e si arricciano ai lati.

«Che sintomi ho io?», ripete Cerume.

«Sì, come si sente ora? Lo vorrei sapere, se non è troppo disturbo».

«Ah!», sbotta il medico. Accenna una smorfia. Non gli riesce bene. Pare una maschera con gli occhi vuoti.

«Capisco» dice deluso Grigio.

Cerume scolora in faccia. L’abbronzatura stinge, diventa paglierina, gli occhi più grandi sembrano rotolare fuori. Il fiato entra ed esce con un raschio dal petto. Cerume s’accartoccia su se stesso con la mano sul petto.

«Io, non mi sento ora… tanto bene. Io non mi sento proprio».

Grigio stringe le labbra. In fondo ci ha provato a sapere.

Cerume ruota la sedia di mezzo giro fermandola verso la finestra. Tiene un dito premuto sulla gola.

Grigio esce dallo studio con calma, chiudendo la porta con la maniglia. Piano, per non disturbare, perché Cespuglio tende a fare troppa confusione e quando c’è poca gente i suoni rimbombano oltremodo e danno fastidio a tutti. E c’è una persona che sta per morire e ha il diritto a farlo in santa pace.

Grigio passa davanti alla porta di Smagrito, che pensa solo al cenone e alle ferie a sciare su a Cardellino, con la scusa del convegno. Cespuglio sta informando di questo fatto Grancoscia che è venuto a prenderla e non smette di fissarle il seno moscio.

Grigio sente singhiozzare la ragazza magra e alta, dietro la porta di Smagrito. Lei ha ancora qualche mese davanti. Forse tirerà fino a Pasqua.

Grigio saluta Cespuglio con sincera allegria, augurandole un felice Natale, facendole i complimenti per il rosso che le dona particolarmente. Cespuglio grugnisce qualcosa e torna a parlare con Grancoscia di ossa di pollo che si infilano tra i denti.

 

Alessia Principe è una giornalista professionista. Nata a Cosenza, si è laureata in Giurisprudenza all’Università degli studi di Messina. Durante gli studi, ha iniziato a lavorare come cronista per il quotidiano Edizione della Sera, occupandosi di cronaca. Subito dopo la laurea è diventata parte della redazione del quotidiano regionale Calabria Ora e si è occupata delle pagine di spettacoli e cultura. Con la nomina di Piero Sansonetti come direttore de L’Ora della Calabria, ha ricoperto il ruolo di caposervizio del settore Spettacoli e Cultura dell’inserto “Macondo”. Nel 2014, è stata responsabile per la Calabria delle pagine di Cultura del quotidiano Il Garantista. Nel 2016 la sua mostra video-fotografica “Stati Uniti della Sila”, è stata esposta a Palazzo Arnone, prima personale realizzata interamente con smartphone a essere ospitata da una galleria nazionale in Italia. Nel 2018 ha pubblicato “Tre volte”, il suo primo romanzo per i tipi di Bookabook. Scrive di cinema per il blog dell’Huffington Post, cronaca per testate locali, e racconti per riviste letterarie. Ha partecipato alla stesura della sceneggiatura del documentario “Il sogno di Jacob” ispirato alla vita di Nik Spatari e alla nascita del Musaba.

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