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Apocalisse – Tiziano Sclavi

 

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Apocalisse è uno dei pochi romanzi di Tiziano Sclavi a essere stato pubblicato poco dopo la sua stesura. La prima edizione risale del 1978, col titolo di Guerre terrestri, ed è pubblicato da Rusconi. In precedenza era apparso su “Il corriere dei ragazzi” col titolo La rivolta degli oggetti. Nel 1992 il romanzo si avvicina alla sua versione definitiva, ancora una volta pubblicato a puntate su un giornale, “Il corriere della sera”, col titolo Il Nemico, e infine raccolto in volume col titolo, stavolta definitivo, di Apocalisse, sempre per Camunia. Quest’ultima è l’edizione che prendiamo in esame per la nostra rilettura. 

Benché il romanzo sia tra quelli più lineari di Sclavi, al confine tra horror e fantascienza, e quindi tra i più leggibili e “vendibili” sul mercato, Apocalisse è anche tra i più oscuri, con la presenza di elementi più volte nominati ma oscuri nel significato mai spiegato. Parliamo del Nemico, del suono delle campane, delle maschere sui volti dei due protagonisti.

 

Francesco a Cora sono una giovane coppia borghese di Milano in vacanza nel paesino di Buffalora (l’immaginario paesino lombardo in cui si svolgono altre vicende sclaviane, tra cui Dellamorte Dellamore e Il tornado di valle scuropasso). 

Lui, Francesco, è un “fumettaro”, come si autodefinisce scherzosamente, con l’aspirazione di scrivere romanzi “seri”. Cora è una giovane casalinga, contenta del suo ruolo di spalla del marito. Anche lei ha pubblicato un libro, per bambini, ma la carriera di scrittrice non la attira.

Francesco e Cora arrivano in paese, presso la loro casa da poco ristrutturata che hanno soprannominato il Castello per le dimensioni degli ambienti. Le loro giornate proseguono tranquille, tra pulizie, lavoretti casalinghi, l’ascolto di musica classica e la ripresa della scrittura da parte di Francesco. Ma sotto questa presunta tranquillità bucolica si annida qualcosa, a partire da alcuni inconvenienti tecnologici: un fornello che rilascia una improvvisa fiammata, la pistola della benzina che s’inceppa, un impianto stereo che fa prendere la scossa a Francesco. 

Quando poi Cora e suo marito incontreranno e avranno a cena un’altra coppia milanese, l’avvocato Davide e l’architetta Milena, anche la Natura intorno a loro deciderà di attaccare l’Uomo. Succede solo a Buffalora o al mondo intero?

Apocalisse deve tanto a Gli uccelli, film del 1963 di Alfred Hitchcock (meno al romanzo omonimo di Daphne du Maurier dal quale il film  è tratto). L’impianto è lo stesso del film, addirittura in alcuni punti la citazione diventa ricalco, ma laddove Hitchcock limitava la rivolta al mondo animale, Sclavi la spinge oltre, includendo nella rivolta contro l’essere umano anche gli oggetti.

E come nel film la rivolta pare iniziare dall’arrivo in paese di Tippi Hedren, la fine che si prospetta in Apocalisse pare seguire l’arrivo di Francesco e Cora nel paesino di Buffalora. 

BONG!
“AAAH!”
Così, il primo rintocco della campana che annunciava la fine, l’arrivo del Nemico, morì nel grido di Cora, perché un grosso insetto era entrato nell’auto. Francesco lo fece uscire agitando la mano e ridendo.

[…]

Ci siamo”, disse Francesco, premendosi sul collo per riattaccare un lembo di maschera che si stava staccando.

La campana, il Nemico e la maschera: tre elementi che torneranno altre volte durante la vicenda, ma che Sclavi non spiegherà mai in questa versione definitiva del romanzo. In Guerre terrestri, infatti, la maschera in bioplastica che Francesco più volte si preme sul volto per farla aderire ai suoi connotati, ha una precisa funzione che sarà poi rivelata nel finale, trasformando il romanzo in una chiara storia fantascientifica. In Apocalisse, invece, tutto resta nell’ambiguità, “Il dubbio che si insinua è che il “Nemico”, misteriosa onnipresente “entità” al centro della rivolta di oggetti e animali, siano proprio i due protagonisti mascherati. Continueremo a chiedercelo, ma quella maschera non cadrà mai, lasciando fino alla fine Francesco e Cora avvolti nella loro nuvola di ambiguità, mentre gli indizi che li accusano e quelli che li scagionano si alternano e si sovrappongono. Tanto più che loro stessi, dopo essersi risistemati la maschera, regolarmente se lo dimenticano.” (Tiziano Sclavi, Daniele Bertusi, Cadmo, 2000)

Volendo interpretare la metafora della maschera, escludendo la sua funzionalità aliena, potremmo definirla come una maschera borghese oppure come la maschera della civiltà rappresentata dalla coppia cittadina che torna in campagna, nella natura, per un periodo breve di vacanza (una critica al turismo naturalistico?). Francesco e Cora, l’abbiamo detto più volte, sono una normale coppia alle prese, nella loro vita privata, con i paradigmi borghesi dell’affermazione, del denaro, dell’ambizione sociale. Non manca nemmeno la “scappatella” estiva di Francesco. 

Francesco e Cora, nei loro afflati riportano alla mente la coppia del romanzo Le cose di Georges Perec, in cui due giovani poveri lottano per agguantare lo status economico borghese, schiavi della persistenza degli oggetti. E gli oggetti stessi si rivoltano contro Francesco e Cora. I due protagonisti, però non sembrano rendersi conto di quello che sta accadendo in paese, e cercando di spiegare gli eventi come semplici coincidenze. Francesco e Cora sono ottusi, non comprendono le regole del nuovo ordine e non capiscono di averne perso il dominio. 

Le loro maschere, metafora di sovrastrutture  sociali, non cadono e pertanto non possono comprendere l’apocalisse in corso, la rivelazione del vero volto del mondo che in quel momento sta crollando intorno a loro.

Apocalisse racconta un mondo dove l’uomo ha perso la sua posizione centrale. La rivolta degli animali e degli oggetti in fondo non ha lo scopo di prendere il potere sull’uomo ribaltando i rapporti di forza esistenti, ma quello di tornare a una sorta di grado zero, da cui ripartire senza gerarchie, e quando raggiunge lo scopo, distrutte tutte le costruzioni dell’uomo, si interrompe.” (Tiziano Sclavi, Daniele Bertusi, Cadmo, 2000)

Arriviamo così alla fine del romanzo senza aver compreso se la fine del mondo c’è stata davvero. Francesco e Cora lasciano una Buffalora distrutta, lasciano i morti come se nulla fosse, pacati e tranquilli. Noi lettori non sappiamo cosa è successo per davvero, non sappiamo se fuori da Buffalora il mondo sarà lo stesso. Nulla ci viene spiegato. 

Il Nemico rise di loro. Poi tirò la corda e la campana diede un altro rintocco. Uno degli ultimi, ormai.
BONG!” 

 

Giovanni Canadè

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