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Essere esauditi – Un racconto di Sabatina Napolitano

Oggi diamo il benvenuto a Sabatina Napolitano e alle sue Chiara e Emma, le protagoniste di Essere esauditi.
Trovate la biografia di Sabatina in fondo alla pagina.
Buona lettura!

La mail alla quale proporre i vostri racconti è: g.canade@biblon.it

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(Claire tabouret. The pull of the sun)

 

L’Università era antichissima e vantava essere una delle sedi più prestigiose dell’intera Nazione. Spuntavano qua e là per i corridoi studenti di ogni estrazione sociale appassionati di letteratura, di storia e filosofia. Certo, non proprio tutti erano appassionati di libri, c’erano diversi gruppi di ragazze intente alla civetteria e agli amori giovanili e alcuni ragazzi che preferivano impegnare il tempo prendendo in giro gli insegnanti sottovoce.

Chiara Rebecchi prese la borsa e uscì dalle aule. Tutto era soprattutto antico e decorativo, le strade percorse da narrazioni culturali, tutto era come in un arazzo dimenticato dalla storia eppure vivo. Chiara portava con sé sempre la macchina fotografica con la quale scattava foto ovunque: preferiva accostare elementi naturali ai corpi delle persone. Con la fotografia tracciava i momenti emotivi che viveva. Amava i colori tenui. Le sue fotografie erano legate a un concetto filosofico, del resto lei era una studentessa di filosofia come tante. A volte aveva delle idee grandiose su come poter fotografare nuovi soggetti, ma si sa che le idee grandiose e le esplorazioni che sembrano più convincenti in realtà si risolvono in un pugno di mosche. Il suo interesse fotografico stava nel cercare la sua identità o una identità comune e anche per questo era davvero molto capace. La fotografia le permetteva di esistere. Nonostante fosse partita da autodidatta, il metodo e la costanza le avevano fatto raggiungere una certa notorietà anche in ambienti accademici. D’altro canto era già da tempo che l’Università collaborava con l’Accademia in un progetto di fotografia e filosofia. Quanto agli accademici, amavano intervenire in dibattiti filosofici con uno sfondo di fotografie intellettuali. I mesi estivi che seguirono furono per Chiara un impegno continuo per la mostra da progettare, allestire e chiudere nella conferenza di settembre a cui avrebbero partecipato filosofi e scrittori di calibro internazionale. In paese non si parlava d’altro: la signorina Rebecchi avrebbe allestito una grande mostra per l’Università e sarebbero intervenuti intellettuali da ogni parte dell’Europa. Proprio lei, così timida e introversa, si sarebbe potuta permettere il riscatto sociale. Chiara non aveva paura: la felicità le era a portata di mano ora che poteva farsi conoscere come artista e filosofa. Dopotutto ognuno di noi collabora alla felicità dell’altro: Chiara, perciò, pensò di allestire la mostra coinvolgendo diverse persone che avrebbero dovuto posare in riva al mare coperte da abiti cuciti con petali di margherite. La fondazione che organizzava la conferenza le avrebbe finanziato il progetto.

Chiara aveva un’amica di nome Emma, poco più grande di lei ma che si era laureata in tempi rapidissimi e che ora insegnava inglese all’università. Emma Polacchi era brillante, bellissima e le era sempre andato tutto bene nella vita. Mentre Chiara restava sempre la ragazzina scartata dal gruppo, ritenuta triste e incapace di entusiasmi comuni, Emma era una donna protetta dagli uomini e amata dai colleghi, le era andato sempre tutto a gonfie vele. Chiara diceva di amare gli uomini, di non nutrire fantasie per le donne eppure provava una invidia profonda per Emma, una repulsione intima che tuttavia sapeva ben conciliare con un grande senso di familiarità, amicizia e devozione. Erano amiche da più di quindici anni così che Emma non avrebbe mai pensato di tradire Chiara, ma non poteva fare a meno di invidiarla. In più c’era quel problemino che aveva Chiara quando doveva parlare in pubblico, alcune parole le venivano biascicate, infatti andava avanti nei discorsi storpiando le parole, dando al linguaggio un significato impreciso. Non era capace a parlare in pubblico mentre Emma era una leader, e poi era sofisticata, precisa. Ai colloqui spesso Emma parlava dei contenuti che le scriveva Chiara e che non riusciva a esporre in pubblico in modo potente. Negli anni, Emma si era abituata e non provava una dipendenza psicologica, piuttosto un abbandono sincero difronte alle insufficienze e ai difetti con i quali era nata e che le impedivano il successo. Pochi mesi prima della mostra, come d’abitudine Chiara scrisse il discorso per Emma. Forse ciò che la vita ti toglie te lo regala in altri modi, su altri piani. Mentre scriveva, Emma telefonò a Chiara dicendole di raggiungerla a casa per un aperitivo. Chiara prese con sé la borsa, la macchina fotografica e con un grande senso di stanchezza e prostrazione si appressò a riempire piamente quel pomeriggio come tutti gli altri. L’autobus alle quattro del pomeriggio era quasi vuoto, davanti a lei solo una donna con la caviglia gonfia e fasciata e un imbianchino sporco di vernice. Alcuni ragazzi facevano da contorno ai negozi nelle strade del centro. Il citofono bussò. Ma nessuno andò ad aprire la porta. “Emma, cosa fai?”, “Dove sei? Rispondi per la miseria mi stai facendo preoccupare!”. Chiara salì in fretta le scale e non trovò nessuno in casa mentre la porta di ingresso era aperta. Dopo diverse ore Chiara chiuse quel crudele pomeriggio nella sala di attesa del pronto soccorso dove era stato portato d’urgenza il fidanzato di Emma.

I fotografi sono abituati a selezionare scene. Alcune riescono a ferirci profondamente, altre sembrano avere per noi potenza e sacrificio, influenzarci nel profondo. All’ospedale Chiara trovò Emma implorante verso una statuetta della Madonna nella sala d’attesa. Non aveva mai visto così l’amica che tra l’altro aveva sempre detto di essere atea. Chiara non trovò il coraggio di interrompere la supplica di quella donna distrutta così in ginocchio, senza vita e tornò a casa che erano ormai le undici. Chiara non chiuse occhio tutta la notte e riguardò per ore la foto che aveva scattato a Emma mentre piangeva davanti alla Madonna. “Che fine hai fatto Chiara? Stefano è grave, per operarlo dovremmo scappare a Parigi” – dall’altra parte della cornetta Chiara non riusciva a dimenticare l’amica implorante, il suono delle sue lacrime, la statua della Madonna: quelle contraddizioni e verità celate dietro un atto non di conversione ma di disperazione profonda. Un gesto profondamente disperato che non avrebbe mai pensato di cogliere in una donna tanto orgogliosa.

Stefano Nemesi era un insegnante parigino molto conosciuto che da poco tempo aveva ottenuto una cattedra nella città in cui viveva Emma. Era stato lui a scegliere Emma, lui l’aveva portata a crescere e l’amava con tutto sé stesso. Negli anni, Stefano aveva accettato della compagna le esigenze, le necessità, i continui capricci dovuti alla lontananza, senza pretendere null’altro che il suo cuore e la sua passione. Per questo Emma non aveva mai pensato a tradirlo: era una donna eccitante e avvenente che colpiva molti uomini importanti eppure non lasciava ad alcuno speranza di poterla persuadere. Dopo il dottorato fu proprio Stefano a guidare Emma nella sua carriera accademica, non lasciandola mai a sé stessa e ai suoi limiti. Era un uomo che poteva definirsi “di presenza”, un grande fascino avvolgeva i suoi carismi, e nei suoi sorrisi non erano esclusi discorsi intensissimi ed erotici. Gli ultimi giorni poi Emma raccontava di sentirsi come non si era sentita mai, dopo tutti questi anni passati ad attendere la convivenza ora potevano ascoltare una musica insieme, dormire accanto sempre.

Alla mostra si aspettavano tutti una scelta di diverse foto invece non andò così. Chiara dopo l’allontanamento dall’amica che ormai viveva a Parigi e dopo la morte di Stefano passò un momento di forte depressione ma molto creativo. Decise di ritrovarsi per un po’ presso un convento spagnolo dove passò due settimane in ritiro dalle suore carmelitane. Al convento la vita non era quella della città, tutto aveva un gran peso, sapeva di saio, era intimamente incandescente. Trascorse due settimane nel distacco e nella meditazione cercando di trovare quelle parti di Emma che erano dentro di lei. Il tempo procedeva a passi di piombo, ogni ora era severa. Chiara voleva raccontare la vita interiore, voleva fissare quello che era accaduto, partecipare al dolore dell’amica che ora non odiava più ma che sentiva di amare come una sorella. La profonda trasformazione di Chiara lasciò tutti a bocca aperta, soprattutto quando lei presentò al convegno le foto che aveva scattato al convento e non quelle in riva al mare che invece aveva destinato per una sala interna, meno esposta. Incrociare la solitudine degli uomini in quelli oggetti ricchi di sacralità la faceva sentire vicina a Emma, la faceva sentire meno insufficiente e forse più utile. Gli oggetti fotografati al convento evocavano stadi di elevazione, di ricchezza di pensiero, di ricovero. Nonostante il lutto dell’Università la mostra fu toccante e Chiara parlò in pubblico con grande modestia nonostante le sue difficoltà.

Normalmente l’amicizia non può grandi cose, ma Chiara ed Emma erano vicine più che mai.

(c) 2020 Sabatina Napolitano

Sabatina Napolitano è nata nel 1989, poeta, freelance, scrittrice, critica. Sue poesie sono pubblicate nella rubrica di Silvia Castellani; su «Poetarum Silva»; nell’antologia «Secondo repertorio di poesia italiana contemporanea» di Arcipelago itaca; nel blog «Poesia ultracontemporanea» di Sonia Caporossi; su «Neobar», «Bibbia d’Asfalto», «Irisnews», «La poesia e lo Spirito», «Poesiadelnostrotempo», «Nazione Indiana». Ha collaborato con «Oubliette Magazine», e «Satisfiction». Nel 2019 pubblica «Scritto d’autunno» per Edizioni Ensemble. È nella giuria del premio Nabokov ed è redattrice del giornaleletterario.it.

 

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