fbpx

I nuovi racconti di Simone Consorti in anteprima per Biblon

Siamo lieti di proporvi un estratto dal nuovo libro di Simone Consorti Vi dichiaro marito e morte edito da Ensemble, editore del quale ci siamo già occupati in passato. Il libro sarà in libreria a breve,  intanto noi abbiamo avuto la possibilità di leggerlo in anteprima. Ringraziamo l’autore e l’editore per la disponibilità.

I racconti di Simone Consorti sembrano tutti basati sul concetto di credibilità.

Lo scrive l’autore stesso attraverso l’esergo attribuito a Don Gallo: “Non mi interessa chiedervi se siete o non siete credenti, vi chiedo però se siete credibili.” 

E i personaggi dei racconti di Consorti  vivono in un mondo, nella nostra Italia contemporanea, che ha fatto della cialtronaggine un valore.

Ce lo illustra bene l’autore nel primo racconto, Portare il cuore di un santo, il cui incipit leggerete più sotto, in cui il Potere politico si spinge ancora un passo più in là nella manipolazione degli individui, quando all’uomo a cui viene trapiantato il cuore di un sacerdote che diede la vita per salvare un bambino, viene chiesto di utilizzare il suo cuore come simbolo per nobilitare la politica spietata di un partito populista e socialmente pericoloso.

Il Potere non ha più credibilità, perché mistifica la realtà, crea nemici inesistenti; ma usa le parole dei delusi della vita, dei rancorosi, e del rancore si fa partito vincente.

I protagonisti di questi racconti cercano invece di ragionare sulla loro realtà, ma vengono a scontrarsi con elementi che gli sfuggono e gli sbarrano la strada.

In Lei è il papà di Federica?, doloroso e poetico racconto di una morte giovanile, il protagonista cerca, durante gli anni, le parole “liberatorie” del padre della ragazza deceduta, quelle parole che potrebbero liberarla dal ricordo della morte ma sopratutto interrompere il trauma del protagonista, per anni vittima di quelle parole celate.

Simone Consorti non eccede mai col linguaggio. Il suo tono è così pacato da poterci guidare in queste vite riuscendo a farci seguire con attenzione e compassione queste vite sospese tra l’autenticità e la finzione.

Lo percepiamo benissimo ne Il prescelto, in cui il Guru sembra lo scrittore stesso (sebbene in forma delirante) che conosce ogni suo singolo adepto che sta conducendo alla morte, sperando fino all’ultimo d’essere l’ultimo a morire nel suicidio di massa da lui organizzato.

In Shooting, che per chi scrive uno dei racconti più riusciti dell’intera raccolta (insieme a Tutto tranne fascista un racconto dal vago retrogusto moraviano) mette in scena proprio una situazione in cui neanche la fissità delle immagini fotografiche possono fornire una risposta sincera della modella, che continua a considerarsi ciò che non è, nonostante le sue azioni, i suoi gesti, il suo passato. 

Fuggire dalle proprie responsabilità: ecco il concetto chiave del mondo descritto da Consorti, che, come scrivevamo sopra, tiene sotto controllo con una scrittura lenta ma non noiosa, sempre controllata.

Vi dichiaro marito e morte sono dieci racconti di vita quotidiana, di soprusi verso gli altri e verso se stessi, ambientati in un Paese che non ha più orizzonti.

 

Giovanni Canadè

***

Estratto da: Portare il cuore di un santo, primo racconto della raccolta Vi dichiaro marito e morte di Simone Consorti per la Ensemble.

 

1

Sono venuti a trovarmi anche oggi, compreso quello che c’è sempre. Dice agli altri di rispettare la mia privacy, di starsene lontani e poi è il primo a toccarmi! Si comporta da guardia del corpo, si mette davanti per ripararmi, quasi qualcuno potesse spararmi. Non importa se gli altri finora mi hanno sparato solo foto; lui si posiziona, comunque, tra me e loro. La verità è che, per tutti quanti, io sono prezioso solo perché contengo qualcosa di prezioso. In un certo senso, sono io stesso la mia guardia del corpo o, meglio, la guardia di una parte del mio corpo. Per alcuni sono solo una custodia, una specie di teca. Magari pure qualcosa di meno, perché, diversamente dalle altre teche di santi, non mi mantengo, ma mi invecchio; giorno dopo giorno, mi logoro. Eppure, a voler essere esatti, valgo più di qualsiasi teca d’ oro o brillanti; quelle, infatti, si può sempre cambiarle, mentre, quando io morirò, anche il mio cuore smetterà di battere.

Quando, sette anni fa, ricevetti questo cuore, insomma nei giorni del trapianto, Don Giusto era già molto amato, forse anche venerato, ma non era ancora un Santo. La gente in giro già parlava del suo “gran cuore”, ma nessuno gli aveva ancora attribuito un vero e proprio miracolo. Anzi, la Chiesa, per quella donazione di organi, aveva storto il naso. Poi, al suo funerale, era successo qualcosa di impensabile: si erano dati appuntamento, guidati da una mano invisibile, non solo amici, o parrocchiani sparsi, ma un vero e proprio esercito, lì in migliaia, tutti in fila; gli mancava solo la divisa. Il vescovo, dal pulpito, aveva detto che mai come in quel caso era corretto parlare al plurale, di “funerali”, anche se non erano esequie di stato; che non era un errore di grammatica, perché con lui si spegneva (per risorgere e tornare presto a illuminarci) la luce di tutti quanti.

2

Don Giusto lui sì che aveva fatto da guardia del corpo, prendendosi non una semplice pallottola, ma una Porsche 911 impazzita addosso. Erano le 9 e 10 di mattina di un banalissimo martedì, e lui attraversava sulle strisce, insieme a un bambino down del catechismo, quando il conducente aveva deciso di fare strike di passanti. Chetamina, mescalina, cocaina: le analisi tossicologiche gli avevano trovato, nel sangue, un intero reparto farmaceutico. In ogni caso, tra il bolide impazzito e il bambino, Don Giusto aveva frapposto il suo corpo e, visto che il suo si era dimostrato “uno scudo divino e non solo umano”, quel bambino si era miracolosamente salvato. Negli articoli di quei giorni, il suo ultimo passo sul cemento, veniva accostato all’ultimo passo del suo testamento: “Da vivo”, aveva lasciato scritto “ho dato ai miei fedeli anima e corpo. Ora vorrei continuare a donarmi, facendo battere il mio cuore anche dopo morto”.

3

Tutto sommato, ho ricevuto dal Santo un cuore allenato. Cinquantotto battiti all’incirca quando sono in poltrona davanti alla tele, a meno che non stia vedendo una partita o una tribuna politica. Settanta quando cammino. Cento quando bevo e non devo. Però, quando ho avvelenato il cane del vicino, il cuore mi batteva fortissimo. Per la verità, anche nei giorni precedenti correva spedito verso il delitto e poi soprattutto un mese dopo, quando ho messo dentro un barattolo al supermercato quel po’ di veleno che mi era avanzato. Mi batte forte anche in certi incubi, quando mi compare lui. In quelli tiene sempre in mano una clessidra, che rovescia in un imbuto. E ogni granello che cade lì dentro finisce in un pozzo di cui non si riesce a vedere il fondo. La cosa strana è che quel pozzo riflette il suo viso lontanissimo e, sebbene da una distanza siderale, sono in grado di decifrare il suo labiale. “Assassino” mi dice. E io resto zitto. Ma, anche se in un sogno, è inaccettabile, il fatto che si azzardi a giudicarmi, perché prima non avevo mai ammazzato. Voglio dire in precedenza, senza il suo cuore, non ci avevo nemmeno pensato!

Non voglio soffermarmi su quel cane. Un pitbull di tre anni come tanti. Non era questione di latrati o schiamazzi, tantomeno di escrementi. In fondo, non era molesto, anche se era un cane pericoloso, allevato ad essere rabbioso e, invece, col suo padrone, tutto buono. Quella rabbia ce l’avevano, entrambi, stampata in faccia; non c’era bisogno della scritta sul portone: “Attenzione al cane e al padrone”. Di sicuro, mentre realizzavo il mio progetto gettandogli le polpette avvelenate di là dal cancello, mi batteva fortissimo, come mai prima, questo cuore; mi chiedevo chi trascinasse chi. Chi, tra noi due, fosse il cane e chi il padrone, o se ci fosse qualcun altro che, a tutt’e due, ci trascinasse, magari una forza più grande. Sta di fatto che, diversamente dal pane che usava Pollicino, io ho iniziato a gettare per strada molliche di veleno. Lui lo faceva per ritrovarsi, io per perdermi. Non so di preciso quanti topi e piccioni e cani e gatti abbia ammazzato; da un certo punto in poi i giornali locali hanno iniziato a parlare di me come di un “gran vigliacco”, del folle nascosto nell’ombra, che commette delitti contro innocenti. Il punto è che quegli stessi giornali, da quando avevano pubblicato Le preghiere di Don Giusto ed era uscita la sua biografia, mi definivano una “reliquia ancora in vita”, scrivendo che ci voleva “fede e coraggio” a portare dentro di sé il cuore di un Santo. Insomma, per loro ero sia coraggioso che codardo.

(c) Simone Consorti – Edizioni Ensemble 2020

Leave a Reply

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.