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I romanzi dell’assurdo, Kafka e Camus

 

I cosiddetti romanzi dell’Assurdo sono riconosciuti come letture “impegnative” e i romanzi di Franz Kafka non fanno eccezione. Molti lettori, studenti e semplici appassionati, a fine lettura de La Metamorfosi, ad esempio, si trovano spiazzati da ciò che hanno appena letto, dalla mancanza di senso e di realismo delle vicende. Ironicamente, è proprio l’assenza di senso che unisce i lavori di Kafka alla realtà. Che sia nella dissociazione e nel disgusto verso se stessi presenti nella Metamorfosi, o nei processi che non fanno alcun progresso nel Processoo nell’alienazione e nel mistero del Castello, Kafka distilla nelle sue opere quella sensazione di confusione che è l’essenza stessa della vita.

In appendice al saggio Mito di Sisifo AlbertCamus inserisce una lunga nota, La speranza e l’Assurdo nell’opera di Franz Kafka, per commemorare lo scrittore praghese che così tanto lo ha influenzato.

La condizione umana, secondo Kafka, va ben oltre il tragico o il depresso; è “Assurda”, e tutta l’umanità è semplicemente il prodotto di “uno dei brutti giorni di Dio.”

Non c’è un “significato” per dare senso alle nostre vite. Paradossalmente questa assenza di senso ci permette di leggere dentro ai racconti di Kafka qualsiasi senso ci vada di trovare. Ad esempio, i critici hanno visto nella trasformazione di Gregor Samsa “in un enorme insetto immondo” l’allegoria dell’antisemitismo (Kafka era ebreo e poco più anziano di Adolf Hitler). La Metamorfosi, pubblicate nel 1915, è stata letta anche come una previsione della fine dell’impero Austro-Ungarico nel 1918, dopo la prima guerra mondiale. Altri ancora hanno trovato nella Metamorfosi il racconto del problematico rapporto di Kafka con il proprio padre.

Ma qualsiasi “significato” si cerchi di dare, esso crolla, perché non vi è una base di senso e di significato a sorreggere i testi di Kafka.

Allo stesso tempo la letteratura dell’assurdo ha una missione; affermare che la letteratura è, come qualsiasi altra cosa, senza senso. La disciplina di Kafka e le opere di Samuel Beckett ne sono una dimostrazione: lo scrittore non ha nulla per esprimersi, non ha nulla da cui esprimersi, non ha potere di esprimersi, non ha desiderio di esprimersi; tutto ciò insieme all’obbligo di esprimersi.

L’influenza di Kafka su Camus è evidente nel capolavoro dell’autore francese, Lo Straniero, scritto e pubblicato sotto la censura e l’occupazione nazista. Mamma è morta oggi. O forse ieri. Non ne sono sicuro. Ma la cosa non importa più di tanto al protagonista, Meursault. Non gli importa di nulla, in verità. Ha “perso l’abitudine di far caso ai suoi sentimenti”.

Senza un motivo particolare, l’uomo spara a un arabo. L’unica spiegazione che da è che quel giorno fa molto caldo. Mersault viene condannato e va alla ghigliottina, e non gli importa. Spera soltanto che la folla, guardando la sua esecuzione, gioisca, lo derida, lo sbeffeggi, si prenda gioco di lui fino all’ultimo momento.

Fu il compagno filosofo di Camus, Jean-Paul Sartre, ad accorgersi del drastico cambiamento che Kafka aveva imposto alle regole della finzione. Solitamente, come scrive Sartre in una digressione all’interno del suo libro La Nausea, si presuppone che un romanzo abbia un senso, pur essendo consapevoli che la vita non ce l’abbia.

I romanzi sono necessari, ma intrinsecamente disonesti, scrive Sartre. Cos’altro abbiamo nella vita oltre ai “falsi significati” che ci inventiamo?

 

Elena Ramella

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