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I venerdì del Nucleo Kubla Khan – Dino Buzzati

 

Dino Buzzati (1906 – 1972) è stato uno scrittore, giornalista e poeta (oltre che pittore, drammaturgo, librettista e scenografo) italiano.

Sin dai suoi primi lavori protende verso un mondo fortemente influenzato dal mitico e dal fantastico, dove il tempo si astrae dall’attualità, anche culturale, e in cui il fascino del racconto, le malie del sovrannaturale e le suggestioni che ne scaturiscono, sono gli unici elementi che importano. La letteratura, per Buzzati, non deve essere cavillosa e guidata dallo sperimentalismo, ma definita una volta per tutte. Commuovere, costruire dinamiche avvincenti e restituire messaggi inequivocabili sono i princìpi cardine che fanno della letteratura buzzatiana una letteratura fondata sull’esperienza che rifugge la crescita del talento naturale su altra letteratura. Buzzati, a Dante e a Proust, preferisce Tolstoj e Maupassant e tutti quegli autori che hanno perpetrato, nelle loro opere, forme narrative compatte e tradizionali.

Parallelamente all’attività narrativa Buzzati conduce quella giornalistica al Corriere della Sera. Dal fausto connubio scaturisce la fenomenale poliedricità che lo contraddistingue: un giornalismo votato all’emozione e con una spiccata vocazione letteraria, e una narrativa percorsa da innumerevoli fiumi carsici che confluiscono tutti nella volontà di una comunicazione letteraria intimamente connessa alle tecniche giornalistiche. Lo scrittore stesso dirà: “L’optimum del giornalista coincide con l’optimum della letteratura”.

Il deserto dei Tartari, considerato il suo capolavoro e da cui è tratto il brano che oggi vi proponiamo, si distacca molto dalle forme narrative del Novecento europeo e stilisticamente serra le porte ad ogni sorta di crisi. Mirando al coinvolgimento emotivo del lettore e alla sua commozione, Buzzati scrive in una lingua media, facile e fortemente influenzata dal cronachismo. Le vicende del sottotenente Giovanni Drogo, dispiegate in un intreccio che rifiuta qualunque riferimento spazio-temporale, presentano i caratteri strutturali della fiaba, culminando, però, in un’iniziazione alla morte, vivacizzata da una suspense sempre cercata e sempre raggiunta, e metafora della condizione critica della borghesia italiana negli anni di regime fascista. Il protagonista del romanzo vive la sua vita immerso nella costante attesa del nemico a tal punto da perdere ogni contatto con il mondo non-militare e da rimanere, infine, soffocato dall’inanità dei propositi che lo hanno fatto alimentato nel corso degli anni spesi nella fortezza.

I venerdì del Nucleo è a cura di Nazareno Loise

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Fino allora egli era avanzato per la spensierata età della prima giovinezza, una strada che da bambini sembra infinita, dove gli anni scorrono lenti e con passo lieve, così che nessuno nota la loro partenza. Si cammina placidamente, guardandosi con curiosità attorno, non c’è proprio bisogno di affrettarsi, nessuno preme di dietro e nessuno ci aspetta, anche i compagni procedono senza pensieri, fermandosi spesso a scherzare. Dalle case, sulle porte, la gente grande saluta benigna, e fa cenno indicando l’orizzonte con sorrisi di intesa; così il cuore comincia a battere per eroici e teneri desideri, si assapora la vigilia delle cose meravigliose che si attendono più avanti; ancora non si vedono, no, ma è certo, assolutamente certo che un giorno ci arriveremo.

Ancora molto? No, basta attraversare quel fiume laggiù in fondo, oltrepassare quelle verdi colline. O non si è per caso già arrivati? Non sono forse questi alberi, questi prati, questa bianca casa quello che cercavamo? Per qualche istante si ha l’impressione di sì e ci si vorrebbe fermare. Poi si sente dire che il meglio è più avanti e si riprende senza affanno la strada.

Così si continua il cammino in una attesa fiduciosa e le giornate sono lunghe e tranquille, il sole risplende alto nel cielo e sembra non abbia mai voglia di calare al tramonto.

Ma a un certo punto, quasi istintivamente, ci si volta indietro e si vede che un cancello è stato sprangato alle spalle nostre, chiudendo la via del ritorno. Allora si sente che qualche cosa è cambiato, il sole non sembra più immobile ma si sposta rapidamente, ahimè, non si fa tempo a fissarlo che già precipita verso il fiume dell’orizzonte, ci si accorge che le nubi non ristagnano più nei golfi azzurri del cielo ma fuggono accavallandosi l’una sull’altra, tanto è il loro affanno; si capisce che il tempo passa e che la strada un giorno dovrà pur finire.

 

Chiudono a un certo punto alle nostre spalle un pesante cancello, lo rinserrano con velocità fulminea e non si fa tempo a tornare. Ma Giovanni Drogo in quel momento dormiva ignaro e sorrideva nel sonno come fanno i bambini.

Passeranno dei giorni prima che Drogo capisca ciò che è successo. Sarà allora come un risveglio. Si guarderà attorno incredulo; poi sentirà un trepestio di passi sopraggiungenti alle spalle, vedrà la gente, risvegliatasi prima di lui, che corre affannosa e lo sorpassa per arrivare in anticipo. Sentirà il battito del tempo scandire avidamente la vita. Non più alle finestre si affacceranno ridenti figure, ma volti immobili e indifferenti. E se lui domanderà quanta strada rimane, loro faranno sì ancora cenno all’orizzonte, ma senza alcuna bontà e letizia. Intanto i compagni si perderanno di vista, qualcuno rimane indietro sfinito, un altro è fuggito innanzi, oramai non è più che un minuscolo punto all’orizzonte.

Dietro quel fiume – dirà la gente – ancora dieci chilometri e sarai arrivato. Invece non è mai finita, le giornate si fanno sempre più brevi, i compagni di viaggio più radi, alle finestre stanno apatiche figure pallide che scuotono il capo.

Fino a che Drogo rimarrà completamente solo e all’orizzonte ecco la striscia di uno smisurato mare immobile, colore di piombo. Oramai sarà stanco, le case lungo la via avranno quasi tutte le finestre chiuse e le rare persone visibili gli risponderanno con un gesto sconsolato: il buono era indietro, molto indietro e lui ci è passato davanti senza sapere. Oh, è troppo tardi ormai per ritornare, dietro a lui si amplia il rombo della moltitudine che lo segue, sospinta dalla stessa illusione, ma ancora invisibile sulla bianca strada deserta. Giovanni Drogo adesso dorme nell’interno della terza ridotta. Egli sogna e sorride. Per le ultime volte vengono a lui nella notte le dolci immagini di un mondo completamente felice. Guai se potesse vedere se stesso, come sarà un giorno, là dove la strada finisce, fermo sulla riva del mare di piombo, sotto un cielo grigio e uniforme, e intorno né una casa né un uomo né un albero, neanche un filo d’erba, tutto così da immemorabile tempo.

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