I venerdì del Nucleo Kubla Khan – Leonardo Sciascia e Pier Paolo Pasolini

Quarantacinque anni fa, tra il 16 maggio e il 27 giugno 1974, Pier Paolo Pasolini scriveva sul Corriere della Sera tre editoriali (“Il fascismo degli antifascisti”, “Gli italiani non sono più quelli” e “Il potere senza volto”) in cui denunciava l’incapacità, di intellettuali e di politici, di comprendere appieno quanto stava realmente accadendo in quegli anni subdoli e caldi: «Una mutazione della cultura italiana, che si allontana tanto dal fascismo che dal progressismo socialista». In realtà, appuntava Pasolini, era in corso l’attuazione di un fenomeno travolgente e deleterio di “mutazione antropologica conseguente alla trasformazione del sistema di Potere”: «L’omologazione culturale che ne è derivata riguarda tutti: popolo e borghesia, operai e sottoproletari. Il contesto sociale è mutato nel senso che si è estremamente unificato. La matrice che genera tutti gli italiani è ormai la stessa. […] Non c’è più dunque differenza apprezzabile, al di fuori di una scelta politica come schema morto da riempire gesticolando, tra un qualsiasi cittadino italiano fascista e un qualsiasi cittadino italiano antifascista. Essi sono culturalmente, psicologicamente e, quel che è più impressionante, fisicamente, interscambiabili…».

Riferendosi a tutti quei giovani che nel 1974 venivano chiamati o si definivano “fascisti”, Pasolini precisava che si trattava di affibbiare, in maniera meramente nominalistica e senza approfondite motivazioni, un’etichetta deviante che distoglieva inevitabilmente dal focus reale della questione: «È inutile e retorico fingere di attribuire responsabilità a questi giovani e al loro fascismo nominale e artificiale. La cultura a cui essi appartengono è la stessa dell’enorme maggioranza dei loro coetanei». Il problema, semmai, era il nuovo Potere, volutamente sganciato da simboli e da iconografie, quindi “senza volto”, generato dalla perpetrazione, da parte delle classi dominante, di un processo sistematico di omologazione della società italiana. «Si tratta dunque di una omologazione repressiva, pur se ottenuta attraverso l’imposizione dell’edonismo e della joie de vivre».

Pasolini, procedendo come sempre “in direzione ostinata e contraria” rispetto agli intellettuali contemporanei, sollecitava ad accorgersi del nuovo Potere e a combatterlo, anziché tentare di eludere il problema disperdendosi in una lotta, molto esteriore e poco mirata, a un antifascismo fuori tempo, decontestualizzato e inopportuno. La nebulosità ideologica e intellettuale, voluta dalla società omologante dei consumi, permane ancora oggi e risulta sempre più difficile distinguere un fascista da un antifascista: «Perché il vecchio fascismo, sia pure attraverso la degenerazione retorica, distingueva: mentre il nuovo fascismo – che è tutt’altra cosa – non distingue più: non è umanisticamente retorico, è americanamente pragmatico. Il suo fine è la riorganizzazione e l’omologazione brutalmente totalitaria del mondo.»

Perché, allora, perseverare nell’errore e non indirizzare, invece, tutti gli sforzi nella lotta al “Potere senza volto”? Perché per curare la pianta dalla mucillagine, invece di sfrondare e potare sterilmente, non intervenire sulle radici?  E in questa direzione Pasolini formulava un’autocritica i cui echi tonanti c’imbarazzano tuttora: «In realtà – confessava ci siamo comportati coi fascisti (parlo soprattutto di quelli giovani) razzisticamente. Non nascondiamocelo: tutti sapevano, nella nostra vera coscienza, che quando uno di quei giovani decideva di essere fascista, ciò era puramente casuale, non era che un gesto, immotivato e irrazionale… Ma nessuno ha mai parlato con loro o a loro. Li abbiamo subito accettati come rappresentanti inevitabili del Male. E magari erano degli adolescenti e delle adolescenti diciottenni, che non sapevano nulla di nulla…».

Permeato di un’amarezza più accentuata è il punto di vista di Leonardo Sciascia che, nei suoi scritti, insisteva sul carattere congenito del fascismo in Italia, proponendo quasi una resa militante alla sua ineluttabilità. Parallelamente, però, lo scrittore di Racalmuto invitava a mantenere alta la guardia nei confronti di quelli che oggi vengono definiti “rigurgiti fascisti”. Ciò che distingue la verbosa e poco solida preoccupazione di noi contemporanei dalla lucidissima e anticipatrice analisi di Sciascia, è la complessità di cui quest’ultima consta. Affermava Sciascia in un’intervista a Marcelle Padovani, pubblicata da Mondadori nel 1979 con il titolo La Sicilia come metafora: «Il più grande difetto della società italiana è quello di essere senza memoria. […] Credo che se sono diventato un certo tipo di scrittore, lo devo alla passione antifascista. La mia sensibilità al fascismo continua ad essere assai forte, la riconosco ovunque ed in ogni luogo, persino quando riveste i panni dell’antifascismo, e resto sensibile all’eternamente possibile fascismo italiano. Il fascismo non è morto. Quando tra gli imbecilli ed i furbi si stabilisce una alleanza, state bene attenti che il fascismo è alle porte.»

Si diceva, prima, delle sfumature di amarezza e di sfiducia del pensiero sciasciano sul fascismo, che resero lo scrittore siciliano indigesto e spesso inviso alla coeva intellighenzia. Tanto celebre quanto esaustivo in merito, è lo scambio di battute, contenuto ne Il giorno della civetta (Adelphi Edizioni, 1993), tra Don Mariano Arena, capomafia del paese, e un suo giovane scagnozzo: «Il popolo» sogghignò il vecchio «il popolo… Il popolo cornuto era e cornuto resta: la differenza è che il fascismo appendeva una bandiera solo alle corna del popolo e la democrazia lascia che ognuno se l’appenda da sé, del colore che gli piace, alle proprie corna… Siamo al discorso di prima: non ci sono soltanto certi uomini a nascere cornuti, ci sono anche popoli interi; cornuti dall’antichità, una generazione appresso all’altra…».

«Io non mi sento cornuto» disse il giovane.

«E nemmeno io. Ma noi, caro mio, camminiamo sulle corna degli altri: come se ballassimo…» e il vecchio si alzò ad accennare dei saltelli di danza, e voleva figurare l’equilibrio e il ritmo del camminare sulle corna, da una punta all’altra.  […] «Il popolo, la democrazia» disse il vecchio rassettandosi a sedere, un po’ ansante per la dimostrazione che aveva dato del suo saper camminare sulle corna della gente «sono belle invenzioni: cose inventate a tavolino, da gente che sa mettere una parola in culo all’altra e tutte le parole nel culo dell’umanità, con rispetto parlando… Dico con rispetto parlando per l’umanità… Un bosco di corna, l’umanità, più fitto del bosco della Ficuzza quand’era bosco davvero. E sai chi se la spassa a passeggiare sulle corna? Primo; tienilo bene a mente: i preti; secondo: i politici, e tanto più dicono di essere col popolo, di volere il bene del popolo, tanto più gli calcano i piedi sulle corna; terzo: quelli come me e come te… È vero che c’è il rischio di mettere il piede in fallo e di restare infilzati, tanto per me quanto per i preti e per i politici: ma anche se mi squarcia dentro, un corno è sempre un corno; e chi lo porta in testa è un cornuto…»

La Sicilia di Leonardo Sciascia è una cartina al tornasole del “Continente”. Come scrive lo stesso scrittore girgentano, “forse tutta l’Italia va diventando Sicilia” e, in particolare, l’Isola del romanzo A ciascuno il suo, pubblicato per la prima volta da Einaudi nel 1966, “è tramite della dolorosa contemplazione di un Male immedicabile, che ci assale con l’evidenza sfacciata del suo essere totalmente abbandonata a se stessa, priva di qualsivoglia difesa giudiziaria, preda inerme di un potere malavitoso inteso solo a perpetuare se stesso. Narrando con uno stile secco, privo del benché minimo compiacimento letterario o retorico, l’autore, in questo romanzo che è l’esito più compiuto e affascinante di quella originalissima contaminazione fra romanzo giallo e romanzo di denuncia civile che caratterizza mirabilmente la sua prima fase di produzione, racconta una storia di sangue e corruzione in un paese della Sicilia, facendo a poco a poco emergere senza mezzi termini la rete di complicità, vigliaccherie, opportunismi che consente la perpetuazione di uno stato di cose intollerabile.”  Partendo dal presupposto che “incredibile è l’Italia: e bisogna andare in Sicilia per constatare quanto è incredibile l’Italia”, al lettore risulterà logico e spontaneo scorgere nella piccola cittadina siciliana, protagonista del romanzo, tutto il nostro Bel paese.

A ciascuno il suo assume la valenza di un “monito fortissimo e insieme sfiduciato, e proprio per questo terribilmente, angosciosamente vero”. Sia chiaro, però, che mafia e fascismo, per Sciascia, sono due aspetti italici interscambiabili (e ci assumiamo, in questa sede, la responsabilità di questa tesi) al pari di Italia e Sicilia, sono le facce nerastre della stessa dolorosa medaglia.

Nella parte finale del brano estratto che oggi Biblon vi propone, ci sembra di scorgere la voce di quel Pasolini che abbiamo accantonato qualche rigo fa. Come lo scrittore di Casarsa, anche Sciascia pare non esser troppo concorde con il “pensiero dominante” e interrogarsi su quali siano le vere drammaticità del popolo italiano.

Due voci fuori dal coro, scomode, acutamente fastidiose, guardate in tralice dall’intellighenzia perché foriere di verità ancora oggi oscenamente scottanti. Due stili diversi, due esistenze collocate agli antipodi, ma accomunate, oltre che dalla vetriolica perspicuità, da una salda amicizia. «Io ero – e lo dico senza vantarmene, dolorosamente – la sola persona in Italia con cui lui (ndc, “Pasolini”) potesse veramente parlare. Negli ultimi anni abbiamo pensato le stesse cose, detto le stesse cose, sofferto e pagato per le stesse cose. Eppure non siamo riusciti a parlarci, a dialogare. Non posso che mettere il torto dalla mia parte, la ragione dalla sua.

Io ho voluto molto bene a Pasolini e gli sono stato amico anche se, negli ultimi anni, ci siamo scritti e visti pochissimo. La prima recensione al mio primo libretto, le Favole della dittatura, l’ha scritta lui. Da allora siamo stati amici, senza mai uno screzio. Quando è morto, e morto in quel modo, mi sono sentito straziato e solo. Dicevamo quasi le stesse cose, ma io più sommessamente. Da quando non c’è più lui mi sono accorto, mi accorgo, di parlare più forte. Non mi piace, ma mi trovo involontariamente a farlo.»

(Da Il Maestro di Regalpetra. Vita di Leonardo Sciascia, di Matteo Collura, La Nave di Teseo, Milano 2019).

E Sciascia e Pasolini continuano a parlarci più forte. Chissà quando li ascolteremo davvero.

a cura di Nazareno Loise

www.nucleokublakhan.it 

***

« […] Lei è fascista?»

«Ma no, tutt’altro.»

«Non si offenda: lo siamo un po’ tutti.»

«Davvero?» fece Laurana, divertito e irritato.

«Ma sì… E le faccio subito un esempio, che è anche esempio di una delle mie più recenti e cocenti delusioni… Peppino Testaquadra, mio vecchio amico: uno che dal ventisette al quarantatrè ha passato tra carcere e confino gli anni migliori della vita, uno che a dargli del fascista salterebbe su per scannarvi o per ridervi sul muso… Eppure lo è.»

«Fascista, lei dice? Testaquadra fascista?»

«Lo conosce?»

«Ho sentito qualche suo discorso, leggo i suoi articoli.»

«E, naturalmente, dal suo passato e da quello che dice e scrive, lei ritiene che a considerarlo fascista ci voglia una forte carica di malafede o di pazzia… Ebbene, forse di pazzia sì, se consideriamo la pazzia una specie di porto franco della verità; ma non di malafede, assolutamente… È un mio amico, le dico, un mio vecchio amico. Ma non c’è niente da fare, è un fascista. Uno che arriva a trovarsi una piccola e magari scomoda nicchia nel potere, e da quella nicchia ecco che comincia a distinguere l’interesse dello Stato da quello del cittadino, il diritto del suo elettore da quello del suo avversario, la convenienza dalla giustizia… E non le pare che gli si può domandare chi gliel’ha fatto fare a soffrire galera e contino? E non le pare che noi, malignamente possiamo anche pensare che è partito allora sul piede sbagliato o che se Mussolini l’avesse chiamato…?»

«Malignamente» sottolineò Laurana.

«La mia malignità le dà misura della delusione e della pena che Peppino mi ha dato: come suo elettore, oltre che amico.»

«Lei vota per il partito di Testaquadra?»

«Non per il partito… Cioè: per il partito, si capisce, ma in subordine… Come tutti, qui… C’è chi è legato a un uomo politico da un sussidio, da un coppo di spaghetti, da un portodarme o da un passaporto; e chi come me, è legato dalla stima personale, dal rispetto, dall’amicizia.. E pensi al grande sacrificio, per me, di uscire di casa per andare a dargli il voto.»

«Non esce mai di casa?»

«Mai, da parecchi anni… Ad un certo punto della mia vita ho fatto dei calcoli precisi: che se io esco di casa per trovare la compagnia di una persona intelligente di una persona onesta, mi trovo ad affrontare, in media, il rischio di incontrare dodici ladri e sette imbecilli che stanno lì pronti a comunicarmi le loro opinioni sull’umanità, sul governo, sull’amministrazione municipale, su Moravia… Le pare che valga la pena?»

«No, effettivamente no.»

«E poi, in casa ci sto benissimo: e specialmente qui dentro» levando le mani ad indicare ed accogliere tutti i libri d’intorno.

«Bella biblioteca» disse Laurana.

«Non è che non mi capiti, anche qui dentro, di imbattermi nei ladri, negli imbecilli… Parlo di scrittori, beninteso, non di personaggi… Ma me ne libero facilmente: li restituisco al libraio o li regalo al primo cretino che viene a farmi visita.»

«Anche stando in casa, dunque, lei non riesce ad evitare del tutto i cretini.»

«Non ci riesco… Ma qui dentro è diverso: mi sento più sicuro, più distante… Qualcosa di simile al teatro: e persino mi ci diverto… Posso anche dirle che, da qui, mi pare teatro tutto quello che accade nel paese: matrimoni, funerali, liti, partenze, arrivi… Perché so tutto, sento tutto; e ogni cosa mi arriva anzi moltiplicata, rimbombante di echi…»

«Ho conosciuto uno di Montalmo» interruppe Laurana «di cui non riesco a ricordare il nome: alto; la faccia grande, scura, porta lenti di tipo americano; è una specie di grande elettore dell’onorevole Abello…»

«Lei è un professore?»

«Sì, un professore» rispose Laurana: arrossendo sotto l’improvvisa, fredda diffidenza dell’altro, come se nascondesse una diversa identità.

«E dove l’ha conosciuto, questo tale di Montalmo di cui ha dimenticato il nome?»

«Per le scale del palazzo di giustizia, qualche giorno addietro.»

«Stava tra due carabinieri?»

«Ma no: era in compagnia dell’onorevole Abello e di un mio conoscente, un avvocato.»

«E vuole sapere da me come si chiama?»

«Non è che ci tenga proprio a saperlo…»

«Ma vuole o non vuole saperlo?»

«Sì.»

«E perché?»

«Ma così, per curiosità… L’uomo, ecco, mi ha fatto una certa impressione.»

«C’è di che» disse don Benito scoppiando a ridere. Rise fino al singulto, fino alle lacrime. Poi si calmò, si asciugò gli occhi con un gran fazzoletto rosso. ‘È pazzo’ pensava Laurana ‘è davvero pazzo.’ «Sa di che rido?» disse.

«Di me rido, della mia paura… Ho avuto paura, lo confesso. Io, che mi ritengo un uomo libero in un paese che non lo è, ho avuto per un momento l’antica paura di trovarmi tra il delinquente e lo sbirro… Ma anche se lei è veramente uno sbirro.»

«Non lo sono… Gliel’ho detto: sono un professore, un collega di suo fratello…»

«E chi glielo fa fare, di andare a sbattere in Raganà?» di nuovo scoppiò a ridere, poi spiegò «Domanda dettata dalla prudenza, non dalla paura… Comunque, le ho già risposto.»

«Si chiama Raganà ed è un delinquente.»

«Esatto: uno di quei delinquenti incensurati, rispettati, intoccabili.»

«Lei crede che sia ancora oggi intoccabile?»

«Non lo so, probabilmente arriveranno a toccare anche lui… Ma il fatto è, mio caro amico, che l’Italia è un così felice paese che quando si cominciano a combattere le mafie vernacole vuol dire che già se ne è stabilita una in lingua… Ho visto qualcosa di simile quarant’anni fa: ed è vero che un fatto, nella grande e nella piccola storia, se si ripete ha carattere di farsa, mentre nel primo verificarsi è tragedia; ma io sono ugualmente inquieto.»

«Ma che c’entra?» scattò Laurana. «Quarant’anni fa, le posso anche dare ragione, una mafia grande ha tentato di schiacciare la piccola… Ma oggi, via… Le pare che oggi sia la stessa cosa?»

«Non la stessa cosa… Però, senta, le voglio raccontare a modo di apologo un fatto che lei certamente conosce… Una grande industria decide di costruire una diga, a monte di una zona popolata. Una diecina di deputati, avvalendosi del parere dei tecnici, chiedono che la diga non si faccia: per il pericolo che verrebbe ad incombere sulla zona sottostante. Il governo lascia costruire la diga. Più tardi, quando è già costruita e in funzione, si leva qualche avvertimento di pericolo. Niente. Niente finché non succede quel disastro che alcuni avevano previsto Risultato duemila persone morte… Duemila persone: quante i Raganà che prosperano qui ne liquidano in dieci anni… E potrei raccontarle una quantità di altri apologhi, che peraltro lei conosce benissimo.»

«È un rapporto che non regge… E poi, francamente, mi pare che i suoi apologhi diano nell’apologia… Lei non considera la paura, il terrore…»

«Crede che gli abitanti di Longarone non ne avessero, a guardare quella diga?»

«Ma non è la stessa cosa. Convengo che, sì, è stato un fatto gravissimo…»

«E resterà impunito, appunto come i più bei delitti nostrani, come i più tipici.»

«Ma insomma: se questo Raganà, e tutti i Raganà che conosciamo e che non conosciamo, si riesce finalmente a toccarli, nonostante la protezione di cui godono, a me pare che un bel passo avanti si sarà fatto, un passo importante…»

«Crede davvero? Nelle condizioni in cui siamo?»

«Quali condizioni?»

«Mezzo milione di emigrati, vale a dire quasi tutta la popolazione valida, l’agricoltura completamente abbandonata, le zolfare chiuse e sul punto di chiudere le saline; il petrolio che è tutto uno scherzo; gli istituti regionali che folleggiano; il governo che ci lascia cuocere nel nostro brodo… Stiamo affondando, amico mio, stiamo affondando… Questa specie di nave corsara che è stata la Sicilia, col suo bel gattopardo che rampa a prua, coi colori di Guttuso nel suo gran pavese, coi suoi più decorativi pezzi da novanta cui i politici hanno delegato l’onore del sacrificio, coi suoi scrittori impegnati, coi suoi Malavoglia, coi suoi Percolla, coi suoi loici cornuti, coi suoi folli, coi suoi demoni meridiani e notturni, con le sue arance, il suo zolfo e i suoi cadaveri nella stiva: affonda, amico mio, affonda… E lei ed io, io da folle e lei forse da impegnato, con l’acqua che ci arriva alle ginocchia, stiamo qui ad occuparci di Raganà: se è saltato dietro al suo onorevole o se è rimasto a bordo tra i morituri.»

«Non sono d’accordo» disse Laurana.

«Tutto sommato nemmeno io» disse don Benito.

(Leonardo Sciascia, A ciascuno il suo, Adelphi Edizioni, Milano, 1988)

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