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I venerdì del Nucleo Kubla Khan – Luciano Bianciardi

“… e la forza che ho mi basta appena per non farmi mangiare dalle formiche, e se riesco a campare, credi pure che la vita è agra, lassù”.

(Luciano Bianciardi, La vita agra)

Alla vigilia delle elezioni europee (e straordinariamente di sabato) Biblon vi propone un articolo su uno scrittore che, già più di mezzo secolo fa, s’era accorto degli inghippi della democrazia e dei suoi vicoli agghindati, ma senza via d’uscita.

Luciano Bianciardi, grossetano classe 1922, ha pagato la sua lucida visionarietà come tutti i precursori indigesti: diffidenza da parte dell’establishment culturale, reticente considerazione dal pubblico dei contemporanei ed estromissione dal canone italiota. Ma dal momento che “sol morte (mi) darà fama e riposo”, il povero Bianciardi ha dovuto attendere più di vent’anni per vedersi investito da quel processo (tipicamente italiota!) di postuma riabilitazione.

Dal caldo graveolente e impregnato d’alcol della sua bara, ha assistito, in ordine di uscita, a tre accorati e riusciti tentativi di doveroso ripristino: la pubblicazione della sua biografia, Vita agra di un anarchico, curata da Pino Corrias ed edita da Baldini & Castoldi (1993); L’Antimeridiano, raccolta in due volumi delle sue opere, pubblicata da ExCogita (la casa editrice fondata dalla figlia Luciana), tra il 2005 e il 2008; Il cattivo profeta (Il Saggiatore, 2018) che “raccoglie tutte le sfumature di un autore che, facendo della sua esistenza appassionante letteratura, è riuscito a immortalare le illusioni, i tic e le miserie dell’infinito presente dell’età post-industriale”.

Luciano Bianciardi si laurea in filosofia e nel frattempo scrive lettere, diari e poesie. Alla fine del gennaio del 1943 viene arruolato: “Il richiamo alle armi […] mi colse impreparato. Molto ingenuamente, io decisi di accettare la vita militare come una prova di disciplina e di equilibrio. Credevo che la scuola allievi ufficiali, con la sua signorile miseria quotidiana, avesse proprio questa funzione, ed ebbi fiducia nei superiori, gli ufficiali di carriera che ci parlavano ogni giorno di onore e di coraggio, di Patria e di Sovrano, ma soprattutto della dignità di chiamarsi ‘signori ufficiali’. Non fu necessario attendere a lungo, per vedere quale fosse la verità: certe orribili giornate pugliesi dell’estate e dell’autunno di quell’anno mi rivelarono lo sfacelo”.

Al termine della guerra comincia a insegnare nei licei, ma la sua brama di giustizia sociale è talmente forte che s’inventa il “Bibliobus”, un pulmino che distribuisce libri ai contadini. Il 4 maggio 1954 uno scoppio uccide quarantatré lavoratori della miniera di lignite di Ribolla.

È l’evento spartiacque nella sua vita.

Bianciardi parte per Milano, illudendosi che quella sia l’unica via per perseguire la modernità e il capoluogo lombardo l’unico posto per scrivere del futuro. In realtà, Feltrinelli lo vuole per la fondazione di una nuova casa editrice. Ma la sua cogitata lentezza di vita mal si adatta alla frenesia del mondo organizzato del lavorto culturale, e presto viene licenziato dalla Feltrinelli. Scrive nel suo libro più autobiografico (La vita agra): “E mi licenziarono, soltanto per via di questo fatto che strascico i piedi, mi muovo piano, mi guardo attorno anche quando non è indispensabile. Nel nostro mestiere invece occorre staccarli bene da terra, i piedi, e ribatterli sull’impiantito sonoramente, bisogna muoversi, scarpinare, scattare e fare polvere, una nube di polvere possibilmente, e poi nascondercisi dentro”.

Insomma, Bianciardi capisce subito che il sapere è divenuto un prodotto da ciclostilare e far filare negli ingranaggi più abietti di una società che ha reso gli ex analafabeti massa omologata.

Scrive Matteo Marchesini nella prefazione a Il cattivo profeta (vedi sopra): “Quest’uomo fuori tempo e fuori luogo non può né onorare le sue radici etiche né abbandonarle: e da una tale sfasatura, oltre che da contraddizioni più private, li lascia infine lacerare, consumandosi fra ribellione e pigrizia, tra rimorso e accidia”.

La vita di Bianciardi si trasforma in un ossimoro in cui l’idealismo, il credo politico socialisteggiante e la tensione morale aleggiano sulla consapevolezza del loro ineluttabile tradimento come un fantasma. Un fantasma che rende vibrante e sconsolato il suo essere scrittore (e uomo) e lo differenzia da tutti gli altri colleghi (più o meno illustri) che sembrano sempre più integerrimi e coerenti di lui e – seppur peculiarmente visionari – ben ancorati alla loro morale, illusa o disillusa che sia.

Nel 1962 scrive La vita agra, a cui si ispirò il celebre film La vita agra di Carlo Lizzani, con Ugo Tognazzi che interpretava il Bianciardi/protagonista.

La vita agra segnò per Luciano Bianciardi il momento dell’autentico successo – un successo che non tardò a fare entrare in sofferenza un intelletto indipendente come il suo. Il romanzo, ampiamente autobiografico, vede il protagonista lasciare la provincia e con essa la moglie e il figlioletto per andare a vivere a Milano. L’intento iniziale è far saltare un grattacielo, per vendicare i minatori morti in un incidente causato dalla scarsa sicurezza sul lavoro (il riferimento è all’incidente alla miniera di Ribolla del 1954, in cui persero la vita quarantatré minatori). Ma il protagonista vive in perenne bilico fra voglia di far esplodere il sistema e desiderio di esserne riconosciuto… A cinquant’anni dalla prima pubblicazione nel 1962, “La vita agra” resta un incomparabile sguardo sulle conseguenze umane e sociali del boom economico italiano, ricco di una scrittura irrequieta, precisa, impossibile da imbrigliare”.

(dalla quarta di copertina de La vita agra, Feltrinelli, 2013).

Scrive Bianciardi ne La battaglia soda (1964): “ Eccovi un piccolo esempio di ciò che l’Italia potrebbe essere [..] e non sarà. Voglia il cielo ch’io sia cattivo profeta, ma anche in questo i piemontesi prevarranno, lasciando ai napoletani solamente i maccheroni e i mandolini, e pigliandosi il resto”.

Bianciardi è, quindi, un Profeta Cattivo, non perché le sue previsioni siano errate, ma perché la sua voce vomita sull’impiantito gessato-ceralaccato della società italiana analisi scomode, da tener ben secretate.

Ne La vita agra (ricordiamo, 1962!), Bianciardi s’esprime così sul sesso: “Infatti oggi parlano così gli esperti. Altri numerosi tecnici del ramo vanno dicendo che la nostra civiltà d’oggi vive all’insegna del sesso. L’insegna, sì, il segno, l’ideogramma, il paradigma, il facsimile. Dicono: guardate come oggi per vendere un’aranciata la si accoppia a un simbolo sessuale, e così un’auto, un libro, un trattore persino. A un simbolo, certo, ma non al sesso reale. Un simbolo che funziona in vista di qualche altra cosa. Tu, dicono in sostanza, desidererai il coito per arrivare a. Mai il tuo desiderio, dioneliberi, sia per il coito in sé. […] Ma per intanto il coito si è ridotto, per la stragrande maggioranza degli utenti, a pura rappresentazione mimica, a ripetizione pedissequa, e meccanica, di positure, gesti, atti, trabalzamenti, in vista dell’evacuazione seminale, unico fine ormai riconoscibile e legalmente esigibile. Il resto non conta, il resto è puro simbolo che serve a spingerti all’attivismo vacuo. Questo vuole la classe dirigente, questo vogliono sindaco, vescovo e padrone, questurino, sociologo e onorevole, vogliono non già una vita sessuale vissuta, ma il continuo stimolo del simbolo sessuale che induca a muoversi all’infinito”.

E sempre tratta dallo stesso libro, risulta tremendamente attuale (proprio oggi!) questa disamina sulla politica: “La politica, come tutti sanno, ha cessato da molto tempo di essere scienza del buon governo, ed è diventata invece arte della conquista e della conservazione del potere. Così la bontà di un uomo politico non si misura sul bene che egli riesce a fare agli altri, ma sulla rapidità con cui arriva al vertice e sul tempo che vi si mantiene. E la lotta politica, cioè la lotta per la conquista e la conservazione del potere, non è ormai più – apparenze a parte – fra stato e stato, tra fazione e fazione, ma interna allo stato, interna alla fazione”.

Eccessivi sarebbero gli spunti “troppattuali” da citare sulla nostra stanca Italia, perennemente immersa nel miracolo economico e sollazzata da canzonette e femminicidi: “Mentre l’uomo ha sulle spalle millenni di storia faticosa e ingrata, la donna esce appena oggi dalla soggezione, fresca e riposata, carica di energia e di voglia di rifarsi contro l’oppressore maschio. Lo sposa, per avere alle spalle una copertura sociale ed economica. Così non ha l’assillo del bilancio mensile, a cui pensa il marito. Se per avventura a lei passa la voglia di lavorare, chi porta il pane a casa ce l’ha. Però lavora, lei, quindi ha diritto di avere una sua personalità, anzi di possedere una personalità, e quando ovula o mestrua esige che in casa ci sia silenzio e raccoglimento, perché lei è una persona, una persona con le sue cose, e va rispettata. Al marito si concede la sera del sabato, e rapidamente perché è stanca e ha da fare. Lui, certo, può piantarla, ma in tal caso le passerà gli alimenti. Se muore, come spesso accade, la pensione va alla vedova, mentre non vale il contrario”. (ibid.)

Non è solo per le tematiche che Bianciardi si distingue, ma anche per il suo periodare virtuosistico e originalissimo. Figlio moderno di Gadda, citatore oculato di Pavese e azzardato coniatore di neologismi spesso mutuati dalle lingue anglofone, il suo lessico, mai dimentico della lezione classica, rispecchia fedelmente la mente dibattuta che l’ha partorito: complesso e fondamentale.

“Costruirò la mia storia a vari livelli di tempo, di tempo voglio dire sia cronologico che sintattico. Farò squillare come ottoni gli aoristi, zampognare come fagotti gli imperfetti, pagine e pagine di avoivoevo da far scendere il latte alle ginocchia, svariare i presenti dal gemito del flauto al trillo del violino alla pasta densa del violoncello, tuonare come grancasse e timpani i futuri carichi di speranza. E se proprio volete, ve li farò sentire tutti insieme, orchestrati in sinfonia.

[…]

Vi darò la narrativa integrale – ma la definizione, attenti, è provvisoria – dove il narratore è coinvolto nel suo narrare proprio in quanto narratore, e il lettore nel suo leggere in quanto lettore, e tutti e due coinvolti insieme in quanto uomini vivi e contribuenti e cittadini e congedati dell’esercito, insomma interi.

[…]

Proverò l’impasto linguistico […] Ma anche vi darò il romanzo tradizionale, con tre morti per forza, due gemelli identici e monocoriali e un’agnizione. Il romanzo neocapitalista, neoromantico o neocattolico, a scelta. Ci metterò dentro la monaca di Monza, la novizia del convento di ***, il curato di campagna e il prete bello. Datemi il tempo, datemi i mezzi, e io toccherò tutta la tastiera – bianchi e neri – della sensibilità contemporanea. Vi canterò l’indifferenza, la disubbidienza, l’amor coniugale, il conformismo, la sonnolenza, lo spleen, la noia e il rompimento di palle.

Et dietro poteranno seguire fanterie assai illese.”

(ibid.)

Per i soliti vincoli di spazio e di contegno anti-orchitico, altro qui non si dirà sul Bianciardi. Si rimanda (come sempre) tutto il resto alla frequentazione delle sue opere. Chiudiamo con un lungo brano, tratto da La vita agra, che di certo saprà invogliarvi a farlo. Semmai ce ne fosse ancora bisogno.

a cura di Nazareno Loise

***

“Lo so, direte che questa è la storia di una nevrosi, la cartella clinica di un’ostrica malata che però non riesce nemmeno a fabbricare la perla. Direte che se finora non mi hanno mangiato le formiche, di che mi lagno, perché vado chiacchierando?
E’ vero, e di mio ci aggiungo che questa è a dire parecchio una storia mediana e mediocre, che tutto sommato io non me la passo peggio di tanti altri che gonfiano e stanno zitti. Eppure proprio perché mediocre a me sembra che valeva la pena di raccontarla. Proprio perché questa storia è intessuta di sentimenti e di fatti già inquadrati dagli studiosi, dagli storici sociologi economisti, entro un fenomeno individuato, preciso ed etichettato. Cioè il miracolo italiano. Un ubriaco muore di sabato battendo la testa sul marciapiede e la gente che passa appena si scansa per non pestarlo. Il tuo prossimo ti cerca soltanto se e fino a quando hai qualcosa da pagare. Suonano alla porta e già sai che sono lì per chiedere, per togliere. Il padrone ti butta via a calci nel culo, e questo è giusto, va bene, perché i padroni sono così, devono essere così; ma poi vedi quelli come te ridursi a gusci opachi, farsi fretta per scordare, pensare soltanto meno male che non è toccato a me, e teniamoci alla larga perché questo ormai puzza di cadavere, e ci si potrebbe contaminare. Persone che conoscevi si uccidono, altre persone che conosci restano vive, ma fingono che non sia successo niente, fingono di non sapere che non era per niente una vocazione, un vizio assurdo, e che la colpa è stata di tutti noi. Fai testamento, ci scrivi chi vuoi a seguire il tuo carro, come vuoi il trasporto, ti raccomandi che non ti facciano spirare negli scantinati, ma poi, a ripensarci, vedi che quest’ultima tua volontà è fatta soltanto di rancore beffardo. Poiché l’impresa non era abbastanza redditizia, pur di chiuderla hanno ammazzato quarantatré amici tuoi, e chi li ha ammazzati oggi aumenta i dividendi e apre a sinistra. Tutti questi sono i sintomi, visti al negativo, di un fenomeno che i più chiamano miracoloso, scordando, pare, che i miracoli veri sono quando si moltiplicano pani e pesci e pile di vino, e la gente mangia gratis tutta insieme, e beve (il fatto fu uno solo, anche se il dottor Giovanni scinde e sposta la storia del vino nella località di Cana). Mangiano e bevono a brigate sull’erba, per gruppi di cento e di cinquanta. Mangiano, bevono e cantano, stanno a sentire la conferenza e appena buio, sempre lì sull’erba, come capita capita, fanno all’amore. Il conferenziere si è tirato in disparte coi suoi dodici assistenti, e discorre con loro sorridendo. E’ un dottorino ebreo, biondo, sui trent’anni. I miracoli veri sono sempre stati questi. E invece ora sembra che tutti ci credano, a quest’altro miracolo balordo: quelli che lo dicono già compiuto e anche gli altri, quelli che affermano non è vero, ma lasciate fare a noi e il miracolo ve lo montiamo sul serio, noi. E’ aumentata la produzione lorda e netta, il reddito nazionale cumulativo e pro capite, l’occupazione assoluta e relativa, il numero delle auto in circolazione e degli elettrodomestici in funzione, la tariffa delle ragazze squillo, la paga oraria, il biglietto del tram e il totale dei circolanti su detto mezzo, il consumo del pollame, il tasso di sconto, l’età media, la statura media, la valetudinarietà media, la produttività media e la media oraria al giro d’Italia. Tutto quello che c’è di medio è aumentato, dicono contenti. E quelli che lo negano propongono però anche loro di fare aumentare, e non a chiacchiere, le medie; il prelievo fiscale medio, la scuola media e i ceti medi. Faranno insorgere bisogni mai sentiti prima. Chi non ha l’automobile l’avrà, e poi ne daremo due per famiglia, e poi una a testa, daremo anche un televisore a ciascuno, due televisori, due frigoriferi, due lavatrici automatiche, tre apparecchi radio, il rasoio elettrico, la bilancina da bagno, l’asciugacapelli, il bidet e l’acqua calda. A tutti. Purché tutti lavorino, purché siano pronti a scarpinare, a fare polvere, a pestarsi i piedi, a tafanarsi l’un con l’altro dalla mattina alla sera.

Io mi oppongo.

[…]

Dicevano così, te lo ricordi? E se poi fosse soltanto una questione politica, io saprei il da fare. Se si trattasse soltanto di aprire un vuoto politico, dirigenziale, in Italia, con pochi mezzi ci riuscirei. Il progetto l’ho già esposto altrove, ed è semplice. Mi basta da un massimo di duecento a un minimo di cinque specialisti preparati e volenterosi, e un mese di tempo, poi in Italia ci sarebbe il vuoto. E nemmeno con troppe perdite: diciamo una trentina, e nessuno dei nostri. Con trenta omicidi ben pianificati io ti prometto che farei il vuoto, in Italia. Ma il guaio è dopo, perché in quel vuoto si ficcherebbero automaticamente altri specialisti della dirigenza. Non puoi scacciarli perché questo è il loro mestiere, e si sono specializzati sugli stessi libri di quelli che dirigono adesso, ragionano con lo stesso cervello di quelli di ora, e farebbero le stesse cose. Lo so, sarebbero più onesti, dici tu, più seri, ma per ciò appunto più pericolosi. Farebbero crescere le medie, sul serio, la produttività, i bisogni mai visti prima. E la gente continuerebbe a scarpinare, a tafanarsi, più di prima, a dannarsi l’anima. No, Tacconi, ora so che non basta sganasciare la dirigenza politico-economico-social-divertentistica italiana. La rivoluzione deve cominciare da ben più lontano, deve cominciare in interiore homine.
Occorre che la gente impari a non muoversi, a non collaborare, a non produrre, a non farsi nascere bisogni nuovi, e anzi a rinunziare a quelli che ha.
La rinunzia sarà graduale, iniziando coi meccanismi, che saranno aboliti tutti, dai più complicati ai più semplici, dal calcolatore elettronico allo schiaccianoci.
Tutto ciò che ruota, articola, scivola, incastra, ingrana e sollecita sarà abbandonato.
Poi eviteremo tutte le materie sintetiche, iniziando dalla cosiddetta plastica.
Quindi sarà la volta dei metalli, dalle leghe pesanti e leggere giù giù fino al semplice ferro. Né scamperà la carta. Eliminati carta e metallo non sarà più possibile la moneta, e con essa l’economia di mercato, per fare posto a un’economia di tipo nuovo, non del baratto, ma del donativo. Ciascuno sarà ben lieto di donare al suo prossimo tutto quello che ha e cioè – considerando le cose dal punto di vista degli economisti d’oggi – quasi niente. Ma ricchissimo sarà il dono quotidiano di tutti a tutti nella valutazione nostra, nuova. Saranno scomparse le attività quartarie, e anzitutto i grafici, i P.R.M., e i demodossologi.
Spariranno quindi le attività terziarie, e poi anche le secondarie. Le attività del tipo primario – coltivazione della terra – andranno man mano restringendosi, perché camperemo principalmente di frutti spontanei. È ovvio che a questo si arriverà per gradi, e non senza arresti o inciampi. Agli inizi formeremo appena delle piccole comunità, isolette sparute in mezzo allo sciaguattare dell’attivismo, e gli attivisti ci guarderanno con sufficienza e dispregio. Per parte nostra, metteremo alla porta con ferma dolcezza i rappresentanti di commercio, gli assicuratori e i preti.
Avremo eletto per nostra dimora le zone meno abitate, cioè quelle che hanno clima migliore. A poco a poco vedremo la nostra isola crescere, collegarsi con altre isole fino a formare una fascia di territorio ininterrotto. E un giorno saranno gli altri, gli attivisti, a ridursi in isola; poche decine di longobardi febbrili aggrappati a rotelle e volani, con gli occhi iniettati di sangue. Forse non riusciremo mai a vincerli alla nostra causa, e resteranno lì a correre in circolo, a firmarsi l’un con l’altro cambiali, a esigerne il pagamento. Ridotti così in pochi, man mano che i meno saldi muoiono d’infarto, formeranno un cerchio sempre più angusto e rapido, fino a scomparire da sé. E noi li staremo a guardare dall’esterno, sorridendo. Il lavoro si sarà per noi ridotto quasi a zero, vivendo dei frutti spontanei della terra e di pochissima coltivazione. Saremo vegetariani, e ciascuno avrà gli arredi essenziali al vivere comodo, e cioè un letto. Il problema del tempo libero non si porrà più, essendo la vita intera una continua distesa di tempo libero. Scomparsi i metalli, gli uomini avranno barbe fluenti. Scomparse le diete dimagranti e i pregiudizi pseudoestetici, le donne saranno finalmente grasse. Scomparsa la carta, non avremo né moneta né giornali né libri. Perciò, trasmettendosi le notizie di bocca in bocca, noi non sentiremo né le false né le superflue. Senza libri, la letteratura dovrà tramandarsi per tradizione orale, e la tradizione orale non potrà non scegliere i soli capolavori.
Vedremo automobili ferme per via, senza più carburante, e le abbandoneremo ai giochi dei bambini, ai quali però nessuno dovrà dire che cosa erano, a che cosa servivano quelle cose un tempo.
Ovunque cresceranno vigorose erbe e piante, in breve l’asfalto si tingerà tutto di verde, con immediato miglioramento del clima. Anche le zone umide e nebbiose diventeranno abitabili.
Gli animali domestici passeggeranno liberi e robusti in mezzo a noi, galline, dromedari, pipistrelli, pecore eccetera.
Cessato ogni rumore metalmeccanico, suonerà dovunque la voce dell’uomo e della bestia.
Liberi da ogni altra cura, noi ci dedicheremo al bel canto, ai lunghi e pacati conversari, alle rappresentazioni mimiche e comiche improvvisate. Ciascuno diventerà maestro in queste arti.
Non essendovi mezzi meccanici di locomozione, ci sposteremo a dorso d’asino o a piedi, e questo favorirà l’irrobustimento dei corpi, con immediati vantaggi fisici ed estetici.
Grandi, barbuti, eloquenti, gli uomini coltiveranno nobili passioni, quali l’amicizia e l’amore.
Non esistendo la famiglia, i rapporti sessuali saranno liberi, indiscriminati, ininterrotti e frequenti, anzi continui.
Le donne spesso fecondate ingrasseranno ancora, e i bambini da loro nati saranno figli di tutti e profumeranno la terra.
Noi li vedremo venire su forti e chiari, e li educheremo alle arti canore e vocali, alla conversazione, all’amicizia, all’amore e all’intercorso sessuale, non appena siano in età a ciò idonea. Andateci piano, ragazzi, che tanto ce n’è per tutti.
Nell’attesa che ciò avvenga, e mentre vado elaborando le linee teoriche di questo mio neocristianesimo a sfondo disattivistico e copulatorio, io debbo difendermi e sopravvivere”.

(Luciano Bianciardi, La vita agra, Feltrinelli, 2013)

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