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I venerdì del Nucleo Kubla Khan – Sigaretta o penna nella mia destra

“Sigaretta o penna nella mia destra
simboli frivoli che non hai amato mai”

(Francesco Guccini, Quattro stracci – D’amore di morte e di altre sciocchezze)

 

Fumare e scrivere hanno molto in comune. Fumare fa male. Anche scrivere. Fumare soddisfa, fa sentire colpevoli e costa (denaro e fatica). Scrivere? Anche. Fumare è inutile, proprio come scrivere. Fumare è un vizio, anche scrivere. Tra le spirali del fumo, come nell’inchiostro, si nascondono gli scrittori con i loro pacchetti da venti di inquietudine e i calamai traboccanti di pensieri. Il fumo e la scrittura condividono il fascino elitario dell’autolesionismo proprio delle azioni incomprensibili alla maggioranza degli esseri umani: chi non è ammorbato dall’istinto della scrittura non potrà mai capire l’effettiva rilevanza di una penna o di una sigaretta. In questa direzione si muove, a nostro avviso, il secolare rapporto che intercorre tra la letteratura e il tabagismo: scrivere e fumare sono le due facce della stessa inquietudine esistenziale. Inquietudine che non sente i diktat degli oncologi e dei cardiologi, legge con addolorato sorriso i “Vietato fumare” di cui il mondo è costellato e ignora gli abomini grafici che campeggiano sui pacchetti di sigarette.

Ovvio, gli scrittori, che sono sempre in parte delle “bestie teatranti”, un po’ ci giocano sul loro fumare, gigioneggiano, ostentano la loro abitudine sudicia e suicida, celandosi dietro una nuvola di esclusivismo che la volontà di farsi del male inutilmente avvalora e protegge.

Va da sé che non basta infilarsi in bocca una pipa, un sigaro o una sigaretta, per diventare Charles Baudelaire, Thomas Mann o Albert Camus, ma è certo che Baudelaire, Mann e Camus non sarebbero stati ciò che sono stati senza la loro pipa, il loro sigaro e la loro sigaretta. Dobbiamo condannarli per questo? O, invece, dobbiamo ringraziarli? È vero, si sono avvelenati perché gli andava di farlo, però è bello pensare che l’abbiano fatto anche per noi, per lasciarci un patrimonio di cenere affinché là sotto noi trovassimo i loro pensieri.

 

Nell’intenzione di avvalorare, sin da ora, la tesi conentuta in questo articolo, val la pena di citare una breve battuta contenuta nel primo atto del Don Giovanni di Molière (1682), che pare essere il primo riferimento letterario legato al tabacco (che allora però si sniffava). Sganarello, rivolgendosi allo scudiero Gusmano, afferma: “Dicano quello che vogliono Aristotele e tutta la filosofia, non c’è niente di comparabile al tabacco: è la passione delle genti oneste, e chi vive senza tabacco non è degno di vivere”.

La passione dello scrittore per il fumo è da rintracciare, a nostro avviso, nel fornello della malattia, dentro cui il tabacco artistico divampa, si contorce, vive e si spegne.

La malattia smette di essere solo un problema fisico e inizia a diventare una metafora esistenziale a partire dal Romanticismo, quando le giovani anime tormentate idealizzano la voluptas dolendi, ossia l’autocompiacimento della sofferenza stessa, intesa come il prezzo che ogni individuo deve pagare per entrare nella schiera dei grandi. Il decadentismo, poi, assume il disagio fisico, la debolezza, la malattia come espressioni costanti del malessere, del cupio dissolvi, cioè del desiderio di morte e di disfacimento.Voluttuosamente l’artista decadente si abbandona al vizio. Emblematica in tal senso è La pipa, poesia di Baudelaire in cui il fumare acquista il potere incantatorio e fascinoso di alleviare il dolore: l’anima è come ammaliata dalla avviluppante «rete mobile e azzurrina» delle esalazioni vorticose del tabacco «ardente».

Sono la pipa d’uno scrittore;
basta guardare la mia cera

cafra o abissina per sapere
che il mio padrone è un gran fumatore.

Quando trabocca il suo dolore
fumo come una cascina
dove s’appresta la cucina
per il ritorno dell’agricoltore.

So allacciargli l’anima e cullarla
nella rete mobile e azzurrina
che sale dalla mia bocca ardente,

e diffondere un potente dettamo
che incanta il suo cuore e risana
dalle fatiche il suo spirito.

(I fiori del male, traduzione di Luciana Frezza, BUR Poesia, 2001)

Si noti che la pipa è qui personificata, parla in prima persona e svolge un ruolo attivo: essa esercita una seduzione da cui l’artista si lascia ipnoticamente irretire per accrescere, a sua volta, il fascino della sua figura alternativa e al di fuori della norma. La cortina di fumo è protettiva e, al tempo stesso, misteriosa per lo sguardo che dall’esterno ne è attratto e tenta di penetrarla: mentre se ne serve per mitigare il disagio della sua condizione “maledetta”, l’artista esibisce l’ingannevole intrico dei fili di fumo e in esso ambiguamente si manifesta. La pipa di Baudelaire parla per lui, è un legnoso fiore del male, ma è chiaro che gli vuole un gran bene. Va in direzione di un estetismo più esibito il significato che assumono le esclusive «sigarette russe» con cui Andrea Sperelli, protagonista de Il piacere di Gabriele D’Annunzio, riempie un bellissimo «astuccio d’oro». L’assunzione di tabacco è inserita in un contesto socio-culturale del tutto mondano e fatuo, quello della ricca aristocrazia romana dedita al culto del bello e del lusso. La tipologia stessa degli oggetti che corredano la pratica del fumo si eleva al tono sublime e magnifico di cui ogni cosa splende nel repertorio simbolista dannunziano. Il dandy non può che circondarsi di oggetti preziosi ed esotici che siano simbolo di distinzione sociale e di perfezionamento estetico per il «giovine signore moderno»: sigarette russe, gardenie, profumi rari. Tutto risponde al progetto di “fare la propria vita, come si fa un’opera d’arte”.

Egli andò a vestirsi, nella camera ottagonale ch’era, in verità, il più elegante e comodo spogliatoio desiderabile per un giovine signore moderno. Vestendosi, aveva una infinità di minute cure della sua persona. Sopra un gran sarcofago romano, trasformato con molto gusto in una tavola per abbigliamento, erano disposti in ordine i fazzoletti di batista, i guanti da ballo, i portafogli, gli astucci delle sigarette, le fiale delle essenze, e cinque o sei gardenie fresche in piccoli vasi di porcellana azzurra. Egli scelse un fazzoletto con le cifre bianche e ci versò due o tre gocce di pao rosa; non prese alcuna gardenia perché l’avrebbe trovata alla mensa di casa Doria; empì di sigarette russe un astuccio d’oro martellato, sottilissimo, ornato d’uno zaffiro su la sporgenza della molla, un po’ curvo per aderire alla coscia nella tasca de’ calzoni. Quindi uscì.

Lontano, ma non troppo, da D’Annunzio è il ruolo che assume il fumo ne La montagna incantata di Thomas Mann, in cui il protagonista Hans Castorp scopre attraverso la malattia inaspettata il proprio disagio, che ignorava, e fa coincidere malattia e introversione-riflessione-pausa dal mondo. Il romanzo di Mann è uno dei testi miliari della letteratura tabagista.

Da ieri a mezzogiorno non ho fatto una fumata decente… Scusa un momento! E dall’astuccio di cuoio col monogramma d’argento tolse un “Maria Mancini”, un bell’esemplare di prima scelta, appiattito da un lato, come a lui piaceva molto, ne mozzò la cima con un piccolo arnese tagliente che portava alla catena dell’orologio, fece scattare l’accendisigaro e con alcune voluttuose sbuffate accese il sigaro piuttosto lungo, smussato in cima. “Ecco” disse. “Ora continuiamo pure la passeggiata. Tu naturalmente non fumi per eccesso di zelo.”

“Non ho mai fumato” obiettò Joachim. “Perché dovrei fumare proprio qui?” “

“Non capisco davvero” asserí Castorp. “Non capisco come si possa non fumare… ci si rimette, dirò così, la parte migliore della vita e in ogni caso un piacere squisito. Quando mi sveglio, sono lieto all’idea che durante il giorno potrò fumare, e quando mangio, di nuovo me la godo, anzi posso dire che mangio soltanto per poter fumare, anche se dicendo così esagero naturalmente un pochino. Ma un giorno senza tabacco sarebbe per me il colmo dell’insulsaggine, una giornata del tutto vuota e senza attrattive, e se la mattina dovessi prevedere: oggi non avrò niente da fumare… credo che non avrei neanche il coraggio di alzarmi, in verità, rimarrei a letto. Vedi: se hai un buon sigaro – s’intende che non deve sfiatare o tirar male, che è molto spiacevole – se hai un buon sigaro, dico, ti senti al sicuro, non ti può capitare nessun malanno. È come star coricati in riva al mare, stai appunto coricato sulla sabbia, e non ti occorre nient’altro, né lavoro né divertimento… Grazie a Dio, in tutto il mondo si fuma, non lo si ignora, per quanto ne so, in nessun luogo, dovunque uno possa essere sbalestrato. Persino gli esploratori polari fanno abbondante provvista di tabacco da fumo contro i loro strapazzi, e ciò, nelle mie letture, mi ha sempre ispirato simpatia. Poiché uno può star molto male… poniamo che io fossi in pessime condizioni; fin tanto che ho il mio sigaro, sopporterei, lo so, il sigaro mi aiuterebbe a superare il male.

Il sigaro, un Maria Mancini, fa parlare Hans Castorp e, tramite lui, lo stesso Mann. Eppure, siamo in un sanatorio, il posto peggiore per fumare. L’assuefazione al fumo diviene metafora dell’intreccio di decadenza, malattia e raffinatezza spirituale che si viene a creare nel microcosmo sospeso della “montagna incantata” su cui sorge la clinica dove è ricoverato il protagonista, tipico esponente della agiata e bene educata borghesia mercantile. Nonostante sia vietato dai medici, il rito del sigaro non cessa di essere, per il giovane, un puro godimento, espressione di una civiltà raffinata e basata su solidi e sani principi; una civiltà, tuttavia, in declino e sulla quale sta per abbattersi la distruzione della guerra. Agli «aromatici veleni» del fumo Castorp, pur malato, non rinuncia: per lui fumare rappresenta «la parte migliore della vita e in ogni caso un piacere squisito»

La prima cosa che gli occorreva dopo il pasto era la coppa d’acqua profumata per le dita, la seconda la sigaretta russa che, evitando il dazio, egli acquistava sotto mano attraverso bonarie frodi. Essa precedeva il sigaro, una gustosissima marca di Brema, detta ‘ Maria Mancini”, della quale si parlerà in seguito, e i suoi aromatici veleni si accoppiavano in modo soddisfacente con quelli del caffè. Dalle sue provviste di tabacco Castorp teneva lontano il dannoso influsso del riscaldamento a vapore e le teneva in cantina dove scendeva ogni giorno per infilare nell’astuccio il fabbisogno della giornata.

Castorp ammetterà che fumare può essere una spia, per quanto nobile, di debolezza e di corruzione morale, che però si giustifica al pensiero che viviamo in un mondo per lo più pervaso dalla mediocrità dove l’integrità e la salute sono qualità assai rare.

Castorp, desiderando l’usata e diletta attrattiva della vita, aveva acceso un altro sigaro e forse in virtù della birra precedente riuscí con sua indicibile soddisfazione, a sentire ogni tanto un po’ dell’agognato aroma: raro però e scarso,… occorreva un certo sforzo nervoso per ottenere un’idea del piacere, e il ripugnante sapore di cuoio era pur sempre predominante. Incapace di rassegnarsi alla sua impotenza, lottò un poco per il godimento che o gli era negato o soltanto accennato da lontano come un’ironica intuizione, e infine stanco e schifato buttò via il sigaro.

(Thomas Mann, La montagna incantata, traduzione di Ervinio Pocar, Corbaccio, 2017)

Un anno prima di Mann, nel 1923, Italo Svevo scriveva così del fumo nelle prime righe del terzo capitolo de La coscienza di Zeno, l’opera più importante dello scrittore triestino considerata “il primo romanzo psicoanalitico della nostra letteratura” e, assieme a La montagna incantata, testo cardine della letteratura tabagista.

Il dottore al quale ne parlai mi disse d’iniziare il mio lavoro con un’analisi storica della mia propensione al fumo: – Scriva! Scriva! Vedrà come arriverà a vedersi intero. Credo che del fumo posso scrivere qui al mio tavolo senz’andar a sognare su quella poltrona. Non so come cominciare e invoco l’assistenza delle sigarette tutte tanto somiglianti a quella che ho in mano.

Zeno Cosini e la sua sigaretta, quella sigaretta che lui ritiene essere la causa dei suoi malesseri e di cui decide di liberarsi con propositi ogni volta diversi e sottolineati da una solenne “u.s.” (ultima sigaretta), sono i protagonisti di un viaggio nell’oscurità della psiche nella quale si riflettono complessi e vizi della società borghese dei primi del Novecento, le sue ipocrisie, i suoi conformismi e insieme la sua tortuosa voglia di vivere.
Come narra Zeno Cosini, disintossicarsi è il proposito incessantemente perseguito sin dai tempi della sua gioventù e mai concretizzato, cosicché il motivo dell’“ultima sigaretta” è da annoverare tra i numerosi “atti mancati” di cui è costellata la sua esistenza. Il tentativo perennemente frustrato di smettere di fumare è un indizio ricorrente di una ambivalenza emotiva e psicologica radicata nel personaggio, scisso tra un desiderio professato di liberarsi dal vizio ed integrarsi “sano” tra i “sani” e un desiderio latente di persistere nel vizio sia per una forma di resistenza alla assimilazione nel mondo borghese e, quindi, di difesa della sua diversità, sia perché fumare rappresenta una sorta di alibi, dal momento che egli imputa alla sigaretta la causa della propria inettitudine. Ritardare il momento della guarigione significa ritardare il momento di un confronto con se stesso che potrebbe anche essere la scomoda conferma della sua inadeguatezza a vivere con successo all’interno di un sistema di vita fondato sulle certezze, non importa quanto false e illusorie, di coloro che lo circondano.

Adesso che son qui, ad analizzarmi, sono colto da un dubbio: che io forse abbia amato tanto la sigaretta per poter riversare su di essa la colpa della mia incapacità? Chissà se cessando di fumare io sarei divenuto l’uomo ideale e forte che m’aspettavo? Forse fu tale dubbio che mi legò al mio vizio perché è un modo comodo di vivere quello di credersi grande di una grandezza latente. Io avanzo tale ipotesi per spiegare la mia debolezza giovanile, ma senza una decisa convinzione. Adesso che sono vecchio e che nessuno esige qualche cosa da me, passo tuttavia da sigaretta a proposito, e da proposito a sigaretta. Che cosa significano oggi quei propositi? Come quell’igienista vecchio, descritto dal Goldoni, vorrei morire sano dopo di esser vissuto malato tutta la vita? […] Penso che la sigaretta abbia un gusto più intenso quand’è l’ultima. Anche le altre hanno un loro gusto speciale, ma meno intenso. L’ultima acquista il suo sapore dal sentimento della vittoria su sé stesso e la speranza di un prossimo futuro di forza e di salute. Le altre hanno la loro importanza perché accendendole si protesta la propria libertà e il futuro di forza e di salute permane, ma va un po’ più lontano.

La ragione per cui Zeno ha cominciato a fumare è riconducibile al rapporto conflittuale, di amore-odio, con la figura paternaMio padre lasciava per la casa dei sigari virginia fumati a mezzo, in bilico su tavoli e armadi. Io credevo fosse il suo modo di gettarli via e credevo anche di sapere che la nostra vecchia fantesca, Catina, li buttasse via. Andavo a fumarli di nascosto. Già all’atto d’impadronirmene venivo pervaso da un brivido di ribrezzo sapendo quale malessere m’avrebbero procurato. Poi li fumavo finché la mia fronte non si fosse coperta di sudori freddi e il mio stomaco si contorcesse. Non si dirà che nella mia infanzia io mancassi di energia. […] Ricordo di aver fumato molto, celato in tutti i luoghi possibili. Perché seguito da un forte disgusto fisico, ricordo un soggiorno prolungato per una mezz’ora in una cantina oscura insieme a due altri fanciulli di cui non ritrovo nella memoria altro che la puerilità del vestito: Due paia di calzoncini che stanno in piedi perché dentro c’è stato un corpo che il tempo eliminò. Avevamo molte sigarette e volevamo vedere chi ne sapesse bruciare di più nel breve tempo. Io vinsi, ed eroicamente celai il malessere che mi derivò dallo strano esercizio. Poi uscimmo al sole e all’aria. Dovetti chiudere gli occhi per non cadere stordito. Mi rimisi e mi vantai della vittoria.

Da bambino egli rubava i mozziconi di sigaro al padre per essere come il padre e, al tempo stesso, per essere contro il padre. Ma allora io non sapevo se amavo o odiavo la sigaretta e il suo sapore e lo stato in cui la nicotina mi metteva. Quando seppi di odiare tutto ciò fu peggio. E lo seppi a vent’anni circa. Allora soffersi per qualche settimana di un violento male di gola accompagnato da febbre. Il dottore prescrisse il letto e l’assoluta astensione dal 16 fumo. Ricordo questa parola assoluta! Mi ferì e la febbre la colorì: Un vuoto grande e niente per resistere all’enorme pressione che subito si produce attorno ad un vuoto. […] Quella malattia mi procurò il secondo dei miei disturbi: lo sforzo di liberarmi dal primo. Le mie giornate finirono coll’essere piene di sigarette e di propositi di non 17 fumare più e, per dire subito tutto, di tempo in tempo sono ancora tali. La ridda delle ultime sigarette, formatasi a vent’anni, si muove tuttavia. Meno violento è il proposito e la mia debolezza trova nel mio vecchio animo maggior indulgenza. Da vecchi si sorride della vita e di ogni suo contenuto. Posso anzi dire, che da qualche tempo io fumo molte sigarette… che non sono le ultime.

Indipendentemente dal fatto che Zeno Cosini abbandonerà la terapia psicanalitica, risulta manifesta la forza tenace di un vizio, soprattutto quando su di esso l’inconscio proietta l’oscura vitalità di un simbolo. Egli sa che la ricchezza di una psiche è fatta anche dei materiali rischiosi che chiamiamo nevrosi, sa che proprio nella gestione attiva delle proprie nevrosi risiede il rapporto più sano possibile con la vita.

Apro la sigaretta
come fosse una foglia di tabacco
e aspiro avidamente
l’assenza della vita.

(Alda Merini, Ballate non pagate)

Nel 1936, Albert Camus annota nei suoi diari come la sigaretta acuisca i suoi sensi e gli permetta di percepire meglio il significato fugace e instabile dell’esistere. Ovunque una sottile pellicola di sole che si spezzerebbe sotto un’unghia, ma che riveste ogni cosa di un eterno sorriso. Chi sono e che posso fare – se non entrare in quel gioco di fronde e di luci? Essere questo raggio di sole in cui si consuma la mia sigaretta, questa dolcezza, questa passione discreta che respira nell’aria. Se cerco di raggiungere me stesso, è proprio in fondo a questa luce. E se tento di comprendere e di gustare questo sapore delicato che svela il segreto del mondo, sono ancora io ciò che trovo in fondo all’universo. 

Di tre anni più vecchia è la poesia di Eugenio Montale Nuove stanze, contenuta ne Le occasioni, in cui la sigaretta diviene misteriosamente e profondamente allusiva tra le dita agghindate di Clizia, donna-angelo che custodisce in sé il salvifico privilegio della cultura e della civiltà, ma in realtà senhal di Irma Brandeis, una dantista americana di origine ebraiche con cui Montale aveva intrattenuto rapporti culturali e privati.

Poi che gli ultimi fili di tabacco
al tuo gesto si spengono nel piatto
di cristallo, al soffitto lenta sale
la spirale del fumo
che gli alfieri e i cavalli degli scacchi
guardano stupefatti; e nuovi anelli
la seguono, più mobili di quelli
delle tue dita. 

La morgana che in cielo liberava
torri e ponti è sparita
al primo soffio; s’apre la finestra
non vista e il fumo s’agita. Là in fondo,
altro storno si muove: una tregenda
d’uomini che non sa questo tuo incenso,
nella scacchiera di cui puoi tu sola
comporre il senso. 

Il mio dubbio d’un tempo era se forse
tu stessa ignori il giuoco che si svolge
sul quadrato e ora è nembo alle tue porte:
follia di morte non si placa a poco
prezzo, se poco è il lampo del tuo sguardo,
ma domanda altri fuochi, oltre le fitte
cortine che per te fomenta il dio
del caso, quando assiste. 

Oggi so ciò che vuoi; batte il suo fioco
tocco la Martinella ed impaura
le sagome d’avorio in una luce
spettrale di nevaio. Ma resiste
e vince il premio della solitaria
veglia chi può con te allo specchio ustorio
che accieca le pedine opporre i tuoi
occhi d’acciaio.

Insomma, non è poi tanto fumoso e inconsistente questo legame tra il tabacco e la letteratura. E non è solo un fatto meramente simbolico.

 

La concretezza dell’“oggetto fumante” la troviamo ben descritto nel racconto A tavolino di Tommaso Landolfi, inserito in Un paniere di chiocciole del 1968 (Vallecchi), in cui il protagonista del racconto, uno scrittore, passa in rassegna gli oggetti che trovano posto sulla sua tavola da lavoro.

Le compresse antiasmatiche. – Uno scrittore fuma come un turco, è risaputo, e naturalmente va soggetto a repentini attacchi d’asma: occorre pertanto esser pronti e dar subito respiro ai provati polmoni… […] 

Il sacchetto cartaceo dei bocchini con filtro. – Nessun commento, e nessuna possibilità di farne a meno. I fiammiferi. – Come sopra. 

La scatola cilindrica di cinquanta sigarette. – Come sopra; risibile addirittura porsi la questione.

Il portacenere (capace, ingombrante quanto si vuole). – Andiamo: un tavolo di scrittore senza portacenere pieno di cieche mezzo schiacciate, fumose, puzzolenti, sarebbe un controsenso, un oltraggio alla supremazia e maestà dello spirito!

E ancora, in Des mois (Adelphi, 2016) lo scrittore di Pico scrive: “Sembra davvero che io non possa più fumare: l’asma mi attanaglia il petto, e, ad onta di certa mia teoria (che il calore del fumo ne compensi, in simili casi, i danni) non oso seguitare nella mia perenne sfida ai medici e alla sorte; le crisi si fanno più frequenti, accennano a violenza sull’alba funesta, né contro esse mi vale ormai la concentrazione della volontà. Che fare? Da circa quarantotto ore non fumo, si può dire; senza, è vero, ritrarne alcun giovamento, ma forse è troppo presto. Che fare? Chi non fuma non lavora, e chi non lavora non mangia, ergo chi non fuma non mangia. O sarebbe invece possibile abituarsi a lavorare senza tabacco? Crébillon, ha lasciato detto qualcosa in proposito? Ma per esempio come non fumare al gabinetto? quello è il nostro alibi, lì… In breve, eccomi ridotto come il tale cui il medico disse: «Già, lei sta male. Vediamo: fa troppo all’amore, passa le notti al gioco, beve, fuma?» e, ottenute altrettante risposte negative, soggiunse: «Ma allora, in nome di Dio, perché si ostina a voler vivere?»

In moltissimi altri casi e in special modo quando i personaggi della narrazione sono scrittori e intellettuali, la sigaretta diviene una sorta di “intermezzo”, reiterato nel corso delle pagine. Come fosse un porto sicuro in cui l’autore fa approdare il suo personaggio durante le burrasche delle vicende narrate e, forse, anche la sua stessa narrazione, mettendosi al riparo da eventuali difficoltà, come a dire “Non so che fare? Ci piazzo una bella sigaretta”.

Fumare è un’azione intimamente connessa a quella dello scrivere. Pur ammettendo, non senza biasimo e sbigottimento, che esistano delle “tristi figure” di scrittori che s’astengono dal fumo, è innegabile quanto la sigaretta (o la pipa o il sigaro) sia compartecipe della letteratura tanto quanto lo sono le virgole e le proposizioni subordinate.

Il rapporto tabagistico-letterario sfuma spesso in leggenda, forse perché le figure coinvolte sono talmente degne di venerazione da convincerci che qualsiasi loro azione abbia un fondo di giustezza, anche quando riguardano azioni deprecabili; o forse perché da appassionati scribacchini è forte in noi la volontà di emulazione. Meritano, per questo, una menzione d’onore le mitiche Gauloises brunes, senza filtro, dal sapore avvolgente e dal retrogusto dolciastro: un’esperienza di fumo potente e leggiadra come la migliore scrittura. Lo slogan di questa marca francese di sigarette è Liberté Toujours – Libertà sempre, ed erano le sigarette preferite di molti scrittori e intellettuali, tra cui George Orwell, Albert Camus, Julio Cortazar e Jean Paul Sartre.

Discorso a parte merita Mario Soldati, la cui immensa passione per i sigari è più che rinomata. “Tale era il culto di Soldati per il sigaro Toscano e il suo continuo spirito di ricerca del meglio in tutto, che avanzò il suggerimento di produrre un particolare sigaro, dal colore più chiaro e dal gusto più dolce, impiegando esclusivamente tabacchi Kentucky campani. Nacque così, nel 1982, grazie alla sua geniale intuizione il sigaro Toscano Garibaldi. Oltre vent’anni dopo, nel 2006, con la stessa passione, venne alla luce il Toscano Soldati, a lui ovviamente dedicato, realizzato solo con il migliore tabacco Kentucky italiano, proveniente da aree di coltivazione selezionate” (https://www.bollitopipe.it/it/toscano-interi/11529-toscano-soldati.html)

 

Si potrebbe proseguire oltre in questo excursus, ma chi scrive ha finito le cartine e il tabacchino sta per chiudere. Citeremo, quindi, a mo’ di commiato, una frase del protagonista del romanzo Diceria dell’untore di Gesualdo Bufalino, il quale, appena dimesso dalla Rocca, il sanatorio dov’era ricoverato per tubercolosi, varca il grande cancello mormorando così fra sé e sé: “…e fra le labbra, per cimento, una sigaretta.”

Vi valga come risposta a ogni rimostranza, critica e sdegno.

 

Nazareno Loise

www.nucleokublakhan.it

 

 

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