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I versi dell’assenza di Elena Ramella – Recensione di Vincenzo Montisano

Anch’io, come Elena Ramella, sono convinto che aprile sia il più crudele dei mesi: dove tutto apparentemente (ri)nasce, là tutto comincia a decomporsi per poi morire. Dove è il principio di ogni cosa potete stare tranquilli che lì, proprio in quell’istante, è anche l’inizio della sua ineluttabile fine. E di questo, più di noi, ne era convinto un distinto signorotto statunitense (naturalizzato inglese), in panciotto, cravatta e occhialini tondeggianti, impiegato presso la Lloyd’s Bank, che nei ritagli di tempo, stando alle sue interviste, concepiva opere immense come The waste land e The four quartet. Impossibile non accorgersi quanto la Ramella, nella sua prima raccolta poetica, Anatomia di un’assenza (Edizioni Ensemble), abbia voluto tessere questo intimo, silenzioso dialogo con il poeta T. S. Eliot.

Se gli esiti di un’opera appena pubblicata rimangono oscuri e incerti finché l’azione purificatrice del tempo non li abbia purgati, le intenzioni dell’autore non godono certo dello stesso beneficio. Queste devono essere scattanti e robuste già nella scrittura, adamantine a tal punto da sopravvivere al banco di prova, oggi così spesso abusato, della pubblicazione. Ed è lì, all’ombra della natura controversa dell’opera eliotiana e di tutti gli altri riferimenti che al tornasole rilucono nel testo, che si forgia in Elena Ramella un tipo di intenzione molto raro, che gli emergenti dovrebbero inseguire con più convinzione: un’intenzione letteraria. Ce ne vuole molto di coraggio per prospettare un confronto, anche minimo, con gli autori del passato ritenuti degni di nota. Ce ne vuole molto anche a rischiare di morire sotto lo schiacciante peso del nostro amore per loro, carcerieri e salvatori a un tempo. Tuttavia, i versi della Ramella non muoiono. Si rigenerano.

A partire dal titolo, l’opera proietta il lettore in una dimensione paradossale. L’anatomia, scienza corporale per eccellenza, viene calata nel contesto di un’immateriale assenza – “Funerale di nessuno, perché non c’è nessuno da seppellire” tanto per citare ancora Eliot. Ed è proprio questa assenza la protagonista indiscussa della raccolta. Un’assenza che apparentemente si fa opaca e tangibile allo scorrere dei versi, ma in cui la concretezza di “una lama doppia” o della “mia spina dorsale contro la parete”, o ancora della “pelle sul pavimento freddo”, non attecchisce mai. Nonostante la trama si infittisca via via di suoni, odori, visioni, l’assenza resta assenza. Il sentimento di mancanza, egemonico lungo tutta la struttura della raccolta, puro, chiaro, limpido e sincero, resta sentimento di mancanza.

La schiuma scivola
via, diventa un nulla trasparente,
dissolta, io con lei.

Cercando di forzare l’interpretazione, magari corretta ma di certo superficiale, dei contenuti, che facilmente ricollegherebbe le tematiche dei componimenti alla classica pena di cuore, allargherei il campo prospettico fino ad inquadrare la perdita non soltanto come perdita dell’altro, nell’amore o nella morte, ma piuttosto di se stessi, che è forse anche peggio. Perché, è innegabile, quando qualcuno vitale più che lo stesso respiro scompare improvvisamente dai nostri radar emotivi, l’abisso dello sconforto che prima intuivamo solo come possibilità, ora si fa molto più consistente, segna un po’ più in qua il limite della cella e flirta con la claustrofobia che intanto avvelena le nostre esistenze. Tuttavia, quello che per molti rappresenta il massimo del dolore possibile, per altri, come Elena Ramella, è solo lo stargate, il punto di accesso. Chi come lei possiede la forza di spirito adeguata, prende il proprio lutto sottobraccio e va a elaborarselo in un luogo altro, impervio, che complica il compito anziché semplificarlo. Di questo luogo parla Anatomia di un’assenza, dove la poesia non indaga tanto le ragioni della perdita, bensì le personalissime falle caratteriali, i piccoli scompensi nel ritmo-pensiero, gli sbalzi pressori dell’animo, le motivazioni insomma che rendevano l’oggetto del desiderio tanto desiderabile. La prospettiva è quindi ribaltata, l’urgenza della mancanza si trasforma in argine per le proprie lacune. Si passa dall’altra parte dello specchio.

E se non bastasse questa descrizione della fibra di Anatomia di un’assenza, potrei aggiungere un’altra nota di merito per la Ramella, riguardante il cammino editoriale del suo testo. La poesia non si vende. La poesia è morta. E gli editori? Ci marciano, sul narcisismo di autori troppo intenti a spulciarsi l’ombelico per accorgersi di essere stati truffati. O forse lo sanno, e non gliene importa niente. Se hai un sacco di parenti, qualche soldo da investire e tanta voglia di arrivare, sei quello che fa per noi. Scrivi, paghi, firmi. Non è però il caso di Anatomia di un’assenza e delle Edizioni Ensemble, che sul parto di questa raccolta non hanno scambiato i sogni e le aspirazioni autoriali col denaro. In un panorama editoriale in cui nessuno pensa più la poesia (e la prosa?) in termini qualitativi – quindi estetici – perché la logica di mercato s’è mangiata tutto, questo binomio Ensemble-Ramella è una piccola mosca bianca. Un progetto da seguire, salvaguardare e sostenere.

“Il nostro linguaggio è morto” afferma con echi nicceani Elena Ramella nel componimento che chiude la raccolta. Una frase che mi sento di condividere a vari livelli. Esistenziale. Emotivo. Politico-sociale. E se c’è una domanda che, presa coscienza di ciò, non mi fa dormire la notte è questa: cosa accadrà adesso?

 

Vincenzo Montisano, 1988, collabora con le associazioni letterarie La Masnada e Nucleo Kubla Khan. Ha pubblicato il romanzo pulp Roy Scarlatt (I DISGELI – Edizioni2014). Le sue ulteriori opere potete richiederle se possedete il suo numero di telefono, familiarizzate con i samizdat o frequentate gli scantinati delle case editrici. In mezzo alla poesia della polvere, si leggono cose migliori.

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