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In appendice a “L’ultima pagina” di Susanna Schimperna

«Chiedo scusa per essere venuto al mondo […] per aver sognato, per aver riso.»

(Alfredo Ormando)

«Vi saluto spezzando la penna.»

(Emilio Salgari)

Arresi, codardi, sconfitti, vigliacchi, deboli, egoisti, eroici, peccatori relegati all’Inferno o coscienze pure elevate in Paradiso: il marchio del suicida.

Giudizi sommari scevri da compassione e comprensione, raffazzonati spesso senza tener conto d’una visione critica e remota del singolo caso in questione o tralasciando il rispetto dovuto a quel profondo disagio che, quali che poi in effetti siano le cause recenti di un suicidio, sottende in ogni caso il supremo atto.

Tra samurai, stoici e poveri cristi seppelliti senza croce spiccano, quantomeno per una sorta di morbosa reverenza, le figure degli artisti i cui suicidi han finito per rappresentare l’ultimo capitolo d’un romanzo, il colophon d’una raccolta poetica o il tratto finale sulla tela dell’esistenza terrena.

Susanna Schimperna

Proprio agli scrittori che hanno deciso di togliersi la vita Susanna Schimperna rivolge la sua attenzione ne L’ultima pagina (iacobellieditore, 2020).

In questa breve enciclopedia dedicata agli artisti suicidi (che per sensibilità e sintesi stilistica chiamerei, molto fantasiosamente, Tanatomazia), la scrittrice romana chiarifica le travagliate sorti di celebri scrittori e di figure più taciute tracciando una lucida mappatura del tema, senza mai rovinare nel pulpitismo pseudocristiano o nello sterile pietismo a cui siamo abituati.

Il suicidio è ancora tabù. Anzi, lo è forse addirittura più di un tempo, quando andare incontro alla morte poteva essere giustificato da una forte fede religiosa […] da un amore senza speranze […], da un credo politico esasperato, da un onore che sarebbe stato macchiato per sempre e soltanto l’atto supremo riusciva a preservare immacolato. In tutti i casi, uccidersi o lasciarsi uccidere significava non rinnegare, non abiurare. Un valore positivo. Così, a fronte di chi criticava il sacrificio, tanti altri ammiravano il coraggio e la coerenza. […] Per questo e soltanto per questo la società poteva consentire l’autouccisione, e per il singolo la vergogna ribaltarsi in vanto, lo scandalo in gloria.

Oggi si considera al massimo con pietà anche chi fa del proprio corpo un simbolo e lo distrugge affinché il mondo si accorga del suo grido di protesta (Jan Palach, Bobby Sands, Barry Horne).

[…] Poi ci sono gli altri. I suicidi per motivi personali. I suicidi che continuiamo a ritenere indicibili. Onta per la famiglia. Pagina buia che è bene non venga illuminata e meno che mai divulgata […]”.

Nell’Introduzione Schimperna non lascia nulla di intentato e con la comprensione propria di una coscienza laica rifugge di sdrucciolare nelle varie catechesi, cristiane e non, preferendo interrogarsi e interrogarci sulla complessità del suicidio.

Tra le domande da porsi c’è quella se dietro al tabù non ci sia il terrore di una libertà assoluta, che proprio in quanto assoluta è incontrollabile. L’individuo che sceglie la morte non può essere fermato, ricattato, assolto o condannato. In un attimo si è sottratto a ogni giudizio o responsabilità”.

James Hillman

Qui l’autrice ci prepara alla discesa nei venticinque gorghi muti delineando una panoramica storico-culturale del suicidio, ricca di spunti e autorevoli intertestualità (a tal proposito, si apprezzano i consigli di lettura e di approfondimento relativi a ogni autore inseriti in appendice).

Nel 1964, lo psicoanalista James Hillman scrisse un capolavoro dal titolo Il suicidio e l’anima, la cui grande novità fu l’introduzione del tema dell’«assassino interiore». Presente in tutti noi, l’assassino interiore ci permette di uccidere parti della nostra personalità che non ci servono più o persino ci danneggiano. Agisce dunque in direzione della vita e dell’evoluzione della personalità, ma quando viene «letteralizzato»uccide realmente: e allora ecco l’omicidio e il suicidio. […] «Il suicidio è il tentativo di passare violentemente da una sfera all’altra attraverso la morte».

[…] Carlos Castaneda ci parla di «chiamare a consiglio la morte». […] Vivere la morte con la mente viva e poi salutarla, con gratitudine: averla guardata in faccia ci ha tolto la paura ma anche la falsa idea che sia l’unica soluzione percorribile.

[…] Philipp Mainländer (vero nome, che impegnò gli editori a non rivelare mai, Philipp Batz) in Filosofia della Redenzione ipotizza che l’universo sia nato dall’agonia dei frammenti di Dio che si sarebbe autodistrutto per creare la vita, uscendo dal suo stato di immobilità e onnipotenza attraverso l’unica azione libera possibile, il suicidio appunto”.

A questo punto, Schimperna pone l’attenzione sulle modalità d’analisi assunte dalla critica, e dall’opinione pubblica più in generale, nei confronti dei suicidi eccellenti.

Ci sono i suicidi che i biografi hanno etichettato come dovuti a depressione. La più e la meno convincente della motivazioni, a seconda dell’ottica da cui la si guardi. Perché se l’elemento comune è senza dubbio una insopportabile sofferenza, è bizzarro pensare che questa sofferenza sia stata per tutti uguale e frutto di depressione. È bizzarro e crudelmente poco rispettoso.

Quella della Schimperna è a tutti gli effetti una presa di posizione (virtù rara in questi tempi piatti) caratterizzata da una predisposizione critica molto innovativa che, seppur intessuta di simpatia, non cede mai alla catalogazione cronachistica di vene squarciate e cervelli esplosi o alla cieca idolatria di personaggi senza dubbio mitici, ma fin troppo umani.

Ed è questo il grande merito sociale e artistico di questo raro libro.

Ma c’è tantissimo altro.

Oltre ai ben noti suicidi, assunti ormai a emblema da lettori, critici e amatori (Hemingway, Pavese, Majakovskij, Woolf, Artaud, Plath, Foster Wallace), la Schimperna inserisce le storie di suicidi poco considerati, se non del tutto sconosciuti.

Il primo capitolo è, infatti, dedicato a Eros Alesi, poeta romano, eroinomane, affine al Mondo Beat e fin troppo sensibile alle istanze sessantottine, in maniera molto autonoma e artistica più che politica. Pasolini derubricò impietosamente la sua fine come atto di ignoranza e di debolezza, equiparando la morte del ventenne alla volontà dei giovani di allora di farsi crescere i capelli.

«Cara, dolce, buona, umana, sociale mamma morfina. […] Che io ti lascerò soltanto quando sarò maturo per l’amica morte o quando sarò tanto sicuro delle mie forze per riuscire a stare in piedi senza le potenti vitamine di mamma morfina.» (Che Puff – il profumo del mondo).

Accanto ad Alesi altri ed altre.

Sarah Kane

Ad esempio, Sarah Kane, drammaturga e scrittrice inglese, che negli anni ottanta seminò la discordia e lo sconcerto nel mondo culturale britannico. «Per favore non tagliatemi tutta per scoprire come sono morta ve lo dico io come sono morta. Cento di Lofepramina, quarantacinque di Zoplicone, venticinque di Temazepam e venti di Mellerin.» (Psicosi delle 4.48)

Partendo dalle sorti della Kane l’autrice riflette, molto attentamente, su quello che può essere l’eco d’un suicidio e sulla predisposizione dell’animo nell’atto finale. “Mentre è luogo comune che i suicidi siano, magari in una minima, remota parte della mente, vogliosi di suscitare col loro gesto interrogativi, stupore, chiacchiere, le vicende di chi si è tolto la vita raccontano altro. Il «Non fate pettegolezzi» di Pavese (che fu prima di Majkovskij) è il desiderio più grande. Non un imperativo, nessuno è così ingenuo da credere di poter dare ordini postumi. Non una preghiera, suonerebbe ipocrita per chi ha scelto, convinto di averne le ragioni, di chiudere col mondo e dunque il suo prossimo. Un auspicio, piuttosto. Espresso in modo sommesso”.

Pamela Moore

E ancora Pamela Moore, precoce romanziera da best seller negli Stati Uniti del secondo dopoguerra, di cui la Schimperna scrive: “Sembra ovvio parlare per lei di uno stato depressivo connaturato e di una precoce tendenza all’autodistruzione. Una ragazza non ancora diciottenne che scrive un romanzo in cui la migliore amica della giovanissima protagonista si suicida (Chocolates for breakfast), e che nove anni dopo si uccide mentre sta iniziando un nuovo libro in cui questa volta a suicidarsi è proprio la protagonista […] Un suicidio da lungo tempo immaginato. Un suicidio inevitabile. Un suicidio annunciato. Purtroppo bisogna avere molta fede o esserne totalmente privi per credere che esistano suicidi fatali, a cui non è possibile sfuggire. […] Ma la comunità letteraria al massimo dimostrò un po’ di pietà umana, giudicando quel suicidio, appunto, annunciato, o perlomeno prevedibile, quindi (che logica perversa) inevitabile. […] Tristemente e ingiustamente, nessuno pensò a una depressione post parto, nonostante si trattasse di una neomamma. […] Il suo romanzo arrivò a vendere qualche milione di copie, diventando un caso letterario, e in Italia venne pubblicato da Mondadori e lanciato come «Il libro di una ragazza ma non per le ragazze», puntando tutto sullo scandalo e sul gusto morboso della trama […] In realtà è il racconto di un vuoto di senso che forse non è possibile colmare, di una giovinezza colpevolmente incompresa dagli adulti, quando non perversamente sfruttata. […] Il 7 giugno 1964, mentre il suo neonato dorme nel lettino, Pamela si punta una carabina calibro 22 e spara da una distanza di pochi centimetri”.

Una particolare attenzione, tutt’altro che settaristica, per le donne in quanto vittime non solo della propria sensibilità, che accomuna entrambi i sessi nell’arte, ma anche di una società che fatica a riconoscere loro dignità e merito in ogni campo.

Così, svettano con imponenza non solo letteraria, figure come Sylvia Plath, Marina Ivanova Cvetaeva e Antonia Pozzi.

Dopo aver creduto per tutta la vita di essere una outcast, un’esiliata la cui lingua non poteva essere veramente capita da alcuno, né il cuore accarezzato […] Sylvia è morta senza sapere quanto invece di lei ogni lato, dolore, debolezza, infantilismo avrebbero trovato accoglienza in un pubblico di lettori vastissimo, che nella sua sofferenza si è riconosciuto”.

La scrittrice statunitense scrive nei Diari: «Esiliata su una stella fredda incapace di provare altro che un intorpidimento spaventoso e disperato.»

Decenni prima Marina Ivanova Cvetaeva (che il redattore di questa recensione mette nell’Olimpo della Poesia d’Ogni Tempo) scriveva cosi nel Poema della fine, Tutti i poeti sono ebrei: «Ogni poeta è fuori luogo/ in viaggio/ non appartenenza/ erranza/tutti i poeti sono in esilio.»

Susanna Schimperna ci consente, quindi, grazie a un’operazione antologica accurata, di tracciare analogie trasversali e trans temporali tra artisti apparentemente distanti tra loro.

Nel solco della riscoperta, a cui s’accennava poco fa, si inseriscono Antonia Pozzi e Alfredo Ormando.

Antonia Pozzi è stata presente per alcuni decenni nella antologie italiane delle scuole medie, poi forse quelle poesie così malinconiche e scritte in un linguaggio che ora appare un po’ ridicolo più che antiquato hanno portato i vari curatori a trascurarla. Oggi si riscoprono le sue opere e c’è un nuovo, improvviso interesse per la sua figura. […] La sua vita sta diventando emblematica di un modo di essere femminile: il conformarsi e chinare il capo a regole e decisioni non profondamente sentite, l’incapacità di ribellarsi altro che rivoltando la rabbia contro sé stesso, fino all’autoeliminazione, al rifiuto assoluto. […] Non c’è nulla che possiamo trovare, oggi, nella sua biografia, che indichi qualcosa di anche minimamente deviante dal modello di fanciulla di buona famiglia, studiosa, rispettosa, assennata, brava. Quello che le si chiedeva. Che richiedevano l’epoca, l’essere femmina, la condizione sociale di agiata borghesia. […] Eppure mandò giù un barattolo di barbiturici per poi sdraiarsi sulla neve, dove venne trovata ancora viva. La morte sopravvenne a poche ore di distanza, e il papà avvocato impose subito che nessuno parlasse di suicidio, bensì di polmonite”.

«Guardami: sono nuda. […]/ E un giorno nuda, sola,/ stesa supina sotto troppa terra, /starò, quando la morte avrà chiamato.» Questi versi, inseriti nel Canto della mia nudità, ricordano quelli epistolari in cui Pavese scriveva: «Così, andando,/tra gli alberi spogliati, immaginavo/il sussulto tremendo che darà/nella notte che l’ultima illusione/e i timori mi avranno abbandonato/e me l’appoggerò contro una tempia/ per spaccarmi il cervello.»

Ad Alfredo Ormando, Jan Palach siciliano divenuto emblema dell’emancipazione omosessuale, che si diede fuoco in Piazza San Pietro perché “non si è mai sentito accettato in quanto omosessuale, e non conta chi lo respinga e perché, non importano le motivazioni, non ci sono ragioni da scandagliare e analisi da fare”, la Schimperna dedica un prezioso spazio con sincera cortesia. “Quando si vive la tragedia della non accettazione, la condizione del reietto, diventa molto difficile se non impossibile operare distinzioni tra una traduzione sbagliata, un libro che non piace agli editori e una sessualità che il mondo condanna”.

E chi scrive a ridosso del proprio suicidio: «Con un gesto solo mi libererò per sempre di tutti voi […] In questi 39 anni non ho mai rappresentato nulla, anzi vi vergognavate di me […] Non ho paura della morte … è un ritorno alla mia vera casa…», merita il privilegio della penna schimperniana.

Con onestà e lucidità l’autrice scrive anche di Yukio Mishima e di Pierre Drieu la Rochelle, figure nettamente agli antipodi rispetto alla matrice ideologica di Susanna Schimperna (chi scrive si assume la responsabilità di aver attribuito un indirizzo ideal-politico all’autrice).

Benché sia assurdo separare l’indiscusso genio artistico di Yukio Mishima dalla sua vita e dalle sue convinzioni, lo si fa, privilegiando l’estetica letteraria e dimenticando o accantonando quello che è stato il Mishima persona, il Mishima politico, il Mishima suicida nel modo più plateale e violento che si possa immaginare, in obbedienza però non a un desiderio malato di stupire ma a una antichissima tradizione, quella dei samurai”. Ultra-nazionalista, fanatico tradizionalista e incapace di arrendersi alla sconfitta del Giappone nella seconda guerra mondiale, Mishima fece della propria esistenza un inno all’ardore, alla violenza e alla bellezza, sempre sotto l’ala mitica della presunta magnificenza dell’Impero nipponico. “La prima cosa da fare è ridefinire il significato del suicidio così come viene espresso dal seppuku o dall’harakiri: non resa, sconfitta, debolezza, ma atto di dignità e di forza, gesto che riscatta l’insuccesso e permette di recuperare l’onore perduto”.

Mishima era ossessionato dalla bellezza intesa come “una promessa di perfezione”. Per lo scrittore giapponese la bellezza è “un sentimento eterno, eccessivo, intoccabile, indefinibile. Un sentimento assonante e forse non distinguibile dalla morte. Mishima può essere inviso, però non merita di venire schernito come narcisista accecato dall’amore per il proprio corpo”.

Pierre Drieu La Rochelle

Con altrettanta onestà intellettuale viene analizzata la personalità di la Rochelle, “fascista dichiarato, collaborazionista ai tempi di Vichy, altezzosamente dandy” che, forse per ironia o forse per ripristinare poi i dovuti valori, occupa il capitolo precedente a quello dedicato a Ernest Hemingway, antifascista dichiarato e grande estimatore di Fidel Castro. Ciò che, nell’economia del libro, importa di Pierre Drieu è la sua esperienza suicida: «Io mi uccido perché voi non mi avete amato, perché io non vi ho amato. Mi uccido perché i rapporti erano allentati, per rinsaldarli. Lascerò su di voi una macchia indelebile.» (Fuoco fatuo).

In calce a questa lunga recensione chi scrive vuole appuntare, per mero e spudorato gusto personale, qualcosa su tre delle venticinque storie contenute ne L’ultima pagina.

Su Albert Caraco, autore francese di Breviario del caos, che “il 7 settembre 1971 inghiotte barbiturici e, intontito, si recide la carotide, spalmando il suo sangue, che esce copioso, sui muri dell’appartamento”, per la truculenta particolarità del suo suicidio.

Su Klaus Mann, commentatore lucidissimo della storia, oltre che attivo partecipe di essa, antifascista e degno figlio di Thomas che “poco prima di uccidersi scrive un saggio in cui incita al suicidio tutti gli intellettuali europei, un suicidio come azione dimostrativa con lo scopo di scuotere il vecchio continente dal suo letargo. Quel continente che, aveva scritto, durante il nazismo, ha un’armonia che riposa sulle dissonanze e vieta l’uniformità, per cui la pretesa di uniformare le nazioni europee sotto un unico denominatore, tedesco o americano o russo che sia, di questo continente decreterebbe la scomparsa.”

Su Emilio Salgari, autore pionieristico capace di descrivere il mondo senza averlo mai visto, iniziatore della fantascienza italiana (Le meraviglie del Duemila, 1900), scrittore “a tutto vapore”, instancabile sognatore, penna visionaria, sempre sul lastrico e funestato da lutti e disgrazie familiari, il quale, “poco dopo l’alba del 25 aprile 1911 si incammina con un rasoio attraverso i prati di Val San Martina per raggiungere il luogo in cui porta spesso i quattro figli e il cane Niombo a fare un picnic. Si squarcia il collo e il ventre, si raggomitola per il dolore su se stesso e muore così, dissanguato, col rasoio in mano”, per aver salutato così i suoi figli: “Vi bacia tutti col cuore sanguinante il vostro disgraziato padre”.

L’ultima sensazione che restituisce la lettura di questo libro è quella di aver a che fare comunque con un fatto umano che può, sì, caricarsi di simbolismo e di accezioni di varia natura, ma che comunque resta un fenomeno da trattare con rispetto e nitidezza intellettuale. In ultima istanza, il suicidio sfugge a una netta categorizzazione. È un fatto da approfondire nella consapevolezza dei limiti che caratterizzano le azioni umane.

Insomma, L’ultima pagina di Susanna Schimperna è un libro lucido, onesto, ampio e dettagliato. Un libro essenziale per chi non ha mai provato a simpatizzare con i suicidi, per chi esalta il fascino d’una fine prematura considerando Majakovskij e Pavese gli unici ad aver capito tutto, per chi crede che sgozzarsi o spararsi sia una questione da poco, per chi considera ignominioso ed empio rinunciare alla cosa più preziosa che abbiamo su questa Terra, per chi non si è mai soffermato sul dolore altrui. E per chi spera che, prendendo in prestito i versi di Alfonso Costafreda, sia «Un suicidio che ci facesse tornare indietro,/ ma verso l’altra parte dell’esistenza,/ non dalla parte della morte.» (Suicidi e altre morti).

L’ultima pagina è, in fin dei conti, un libro essenziale per tutti.

Nazareno Loise

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