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Io – Un racconto inedito di Edelweiss Ripoli

#gliIneditidiBiblon è una rubrica dedicata alla pubblicazione di racconti inediti. Per avere info e per inviarci i vostri scritti la mail è g.canade@biblon.it 

Questa settimana pubblichiamo “Io” di Edelweiss Ripoli

 


(Leo Gestel, Portrait of Jan Wiegman Seated on a chair, 1921)

 

Il capo m’aveva detto che era un vecchio che da anni se ne stava seduto sulla sua Chesterfield a guardare il cielo oltre la finestra, e che io non dovevo fare altro che portargli la spesa, sistemargliela e prendere i soldi. M’aveva anche detto che non parlava proprio. Da quando era andato in pensione, gli era presa così. Per me era pure meglio. A me parlare con la gente mica mi piace. Si inizia col meteo e si finisce che ti fanno quelle domande che, certe volte, una riposta non c’è. E se c’è, non è di certo una che a loro può piacere.

Mentre m’ha passato il sacchetto del vecchio, il capo ha fatto: «Più di vent’anni, e sempre le stesse cose».

Io non gli ho risposto. Però ho pensato che, anche se erano sempre le stesse cose, almeno un pasto c’era. Mica come dove sono cresciuto io.

M’ha segnato l’indirizzo e tutto il resto su un foglio, ha detto che i soldi glieli potevo portare il giorno dopo e che, fatta quell’ultima consegna, sarei stato libero. E così, una volta sul motorino, ho mandato un messaggio alla tipa che avevo conosciuto la sera prima e le ho dato appuntamento da lì a breve. Poi ho avviato Google Map.

Al portone del vecchio, ho citofonato e la serratura ha fatto zzz.

Al piano, la porta di casa era socchiusa. Senza dire nulla, sono entrato. Praticamente ero già in cucina. Non c’era molto altro in quella casa. Lui era di spalle, sulla poltrona di fianco al tavolo con lo sguardo fuori. Non m’ha neppure guardato in faccia.

Ho svuotato il sacchetto sul tavolo e ho iniziato a sistemare. Quando ho aperto il mobile sopra al lavello per conservagli la pasta, è venuto giù un foglio. Pareva uno di quelli importanti. Io il lavoro me lo dovevo conservare, e allora ho detto: «Scusi» e gliel’ho posato sul tavolo.

Quello manco se n’è accorto.

A me, però, mentre prendevo dal tavolo l’ultima cosa che era rimasta da conservare, l’occhio mi c’è andato, a quel foglio. C’aveva bolli e timbri e firme proprio serie. E poi era molto più lungo di un foglio normale.

Io ficcanaso ci sono sempre stato. E quello forse era sordo, cieco. Un morto col respiro. Allora ho pensato al diavolo tutto e l’ho guardato per bene. C’era scritto che Oliverio Forti era dottore in astronomia.

Gli ho guardato la testa che sbucava dalla poltrona e l’ho invidiato, a quel vecchiaccio.

A me le stelle m’erano sempre piaciute. Da piccolo, le volte che ancora papà tornava a casa la sera e si reggeva in piedi, mi portava fuori e me le faceva vedere. Gli piacevano pure a lui. A una gli aveva dato il nome mio. Parlava di una vita oltre la vita. Di una possibilità in più. Diceva che i problemi nostri erano proprio stelle: piccoli e luminosi. E poi diceva pure che la Terra, vista dalla Luna, era ancora ferma ai dinosauri. Io non c’ero. Lui non c’era. Non c’era niente. Tutto poteva ancora essere fatto in modo diverso.

Mentre fissavo il foglio, mi sono ritrovato il vecchio accanto. Ha aperto la bocca e ha emesso un suono che neppure sembrava una voce vera. Pareva che a parlare fosse una bambola di porcellana. Sì, liscia come la porcellana. Un po’ mi sono impressionato. M’ha ripetuto la domanda due volte. Voleva sapere quante volte ero caduto.

Ho girato la testa, l’ho guardato e gli ho chiesto: «Per strada?»

«Nella vita.»

Ho pensato a cosa diamine gliene importasse e, contemporaneamente, come se non dipendesse da me, ho pensato alla ragazza che m’aveva lasciato, all’amico che era sparito coi miei soldi. Alla vita che ero costretto a fare. Per tagliare corto, ho risposto: «Qualche volta».

«E cosa hai fatto?»

«Mi sono rialzato.»

«Come?»

«In qualche modo. Ora non so.»

M’ha fissato. Sembrava che aspettasse che dicessi altro. Io gl’ho detto che avevo finito e che dovevo andare.

Lui ha risposto con un no secco, deciso. Un no che se qualche volta nella mia vita qualcuno me l’avesse detto, forse, chissà come sarebbe andata.

Io so solo che in quel momento la sua voce era diversa. Pareva che s’era riempita d’esperienza.

M’ha fatto cenno con le mani di girarmi tutto verso di lui e io ho obbedito. Eravamo pancia e pancia. Era alto quasi due volte me. M’ha poggiato le mani sulle spalle e io stavo lì che mi facevo sempre più piccolo, o forse era lui che si allungava. Ho pensato che di quel passo avrebbe sfondato il tetto.

Dal canto mio, la felpa che avevo indosso stava diventando gigante. Mi sono portato le mani giù, a toccare il coso. Aveva le stese dimensioni di quando avevo cinque anni e me lo toccava papà.

L’omone, per richiamare la mia attenzione, ha stretto la presa sulle mie spalle, e ha detto: «Curioso come le persone si raccontino le cose come più gli pare, eh?»

Io non capivo proprio più nulla. Lui ha continuato: «La ragazza, l’amico, la vita».

«E allora?»

Ha respirato e poi: «La ragazza ti ha lasciato perché tu l’hai picchiata, l’amico se n’è andato con i soldi del bar che avete rapinato. La vita che fai è la conseguenza delle tue scelte».

«E tu che ne sai? Leggi nel pensiero?»

«No.»

«Chi sei, della polizia?»

«No.»

«Dio?»

Ha riso.

«Dio ti fa ridere?»

«Tu mi fai ridere.»

«Sono un disgraziato, e allora? Ti fa ridere? E ridi!»

Ho provato a liberarmi dalla sua presa. Mica ci sono riuscito. Allora ho urlato: «Saranno fatti miei, o no?»

«Anche miei.»

M’ha spinto di qua e di là e poi ha detto: «Io sono te».

Gli ho tirato un pugno. Ero talmente piccolo che mi sa che nemmeno se n’è accorto. Però m’ha lasciato libero. M’ha guardato con quello sguardo duro che c’aveva sempre papà e ha detto: «Siamo quello che abbiamo scelto di essere. Siamo solo scelte.»

E allora gli ho tirato un altro pugno e un altro e tanti altri e più lo colpivo più si faceva piccolo che a un certo punto era steso per terra e io sopra di lui e c’aveva gli occhi miei, gonfi e lividi di quando avevo pochi anni e papà entrava in camera mia e io gli chiedevo di smettere e lui mi diceva di stare zitto e io chiudevo gli occhi e pensavo che io non c’ero e lui non c’era.

Poi li ho aperti, gli occhi, e c’avevo il vecchio di fronte che mi parlava. Ma io mica riuscivo a sentirlo. M’ha infilato una mano nella tasca dei jeans, m’ha preso il telefono e ha detto: «Suona».

Sullo schermo c’era scritto tipa. Ho risposto. Diceva che non potevo darle appuntamento e poi non andare. Che se non arrivavo in cinque minuti se ne andava.

Ho riagganciato senza dire nulla, ché io non la sapevo più chi ero.

Poi il vecchio ha indicato il foglio sul tavolo. Io gli ho detto che era scivolato dal mobile. Lui l’ha preso, ha fatto tipo una palla e l’ha lanciato nel lavello.

Ha preso cinquanta euro dalla tasca e m’ha accompagnato alla porta.

Mentre ero sul motorino e facevo a zig zag tra le macchine, il telefono ha squillato. Ho accostato, l’ho spento e ho alzato lo sguardo. Il cielo era così azzurro, pulito. M’ha tolto il fiato. Pareva proprio che lo vedevo per la prima volta.

Ho ripreso a fare a zig zag e mi sono immaginato visto dalla Luna. Ero verde e gigante e mangiavo erba e combattevo e non mi arrendevo.

 

Io (c) 2019 Edelweiss Ripoli

 

Edelweiss Ripoli, nata a Roma nel 1982, è una farmacista. Vive a Rende, Cosenza. Fa parte della redazione di Risme. Ha pubblicato racconti brevi e lunghi. Nel 2016 partecipa a 8*8 e, nel 2017, pubblica il suo primo romanzo Libere per l’Erudita Editore, marchio della Giulio Perrone Editore.

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