La desolazione non ha latitudine – Appunti di una lettrice su Terranova e Durastanti

Appunti di una lettrice è la nuova rubrica di Biblon curata da Alba Battista. Giornalista e “lettrice professionista”, da oggi Alba aprirà il suo taccuino di letture sparse per svelarci i libri che ha amato, incontrato e che hanno una storia da raccontarci. 

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(Illustrazione dell’autrice)

Che siano i libri – a volte – a trovare il lettore, è cosa già scritta, ma che il lettore diventi il luogo d’incontro tra autore e storie, è cosa straordinaria.

E a volte accade.  Arrivata alla fine di Addio ai fantasmi di Nadia Terranova (Einaudi) mentre ancora resiste il sapore di salsedine dello Stretto e l’odore di Messina, sospesa tra la storia di Ida e un pensiero e l’altro della giornata, cerco un nuovo libro con cui riempire quel vuoto dell’ultima pagina, che ogni buon lettore sa e conosce.

E trovo e inizio La Straniera di Claudia Durastanti (La Nave di Teseo).

Aspettava pronta. Che fortuna averla lì, accanto ai Fantasmi! Rara contingenza fortunosa, avere due bombe in lettura e in continuità.

Entro presto e a gamba tesa nel romanzo e ci svuoto dentro tutto il carico di sensazioni di cui sono gravida di ritorno dall’Addio.

Un’altra storia di mutilazioni: da una famiglia implosa, alla famiglia esplosa; tra squarci di un paesaggio isolato della Basilicata interna  che –  scopro – può essere desolante quanto un sobborgo americano.

Se leggere la Terranova è come scoprire il sapore nuovo di cibi antichi, la sorpresa di un accostamento originale, come grani a nuova macina, la Durastanti ti porta a scoprire, invece, che il ponte sul baratro, nel libro e nella vita, è il linguaggio, che irrompe e crea legami, che mette in ordine e in fila pensieri, sottraendoli al caos, e ti aiuta a non sentirti straniera. 

Anche Claudia – come Nadia – cerca di creare ordine con la scrittura “ad un caos primordiale più che familiare”, su e giù tra la Basilicata e i sobborghi di New York.

Ché la desolazione non ha latitudine: trova ovunque uno scantinato in cui deprimersi o in cui stordirsi.

Un senso di estraneità “dalla sostanza di cui sono fatti i genitori” pervade il libro.

Le protagoniste di entrambi i romanzi, si confrontano con i demoni dell’infanzia, dei ricordi deformati dallo specchio smostrante della memoria, ma incagliati e attuali tra la carne e i nervi di chi resta, e continua a trascinarseli addosso.

C’è una sparizione, in Addio ai Fantasmi, che pesa più di una morte, che ferma il tempo di una sveglia e di due donne che non riescono più a parlare.

C’è una sparizione che crea una voragine nella pancia, e umidità tutt’intorno a madre e figlia, che abitano quella mutilazione ognuna con il suo senso di colpa da smaltire, circondate da  oggetti che ricordano, testimonianza che davvero quel passato c’è stato, che davvero quel “prima” ha avuto voci, cappelli, vestiti. Cose normali diventate – nel gioco della memoria –  oggetti di culto.

Anche nel libro di Claudia Durastanti c’è una sparizione: è la mutilazione della sordità di entrambi i genitori che fa da barriera al potersi dire davvero.

Eppure Claudia ci prova a sentire il silenzio che ascolta ogni giorno sua madre, lo fa servendosi anche delle sperimentazioni dell’arte. Cerca e ha bisogno del silenzio assoluto – sordo – tutt’intorno a sé per provare a sentire davvero (come) sua madre. Anche se il problema serio tra le due è non ascoltarsi, non vedersi, non guardarsi. C’entra poco l’udito.

Ida di Addio ai fantasmi, invece, ha bisogno di seppellire – non solo un corpo ma anche una parte di sé – che non significa far scomparire, ma mettere a riposo, trovar pace e lasciare che le ossessioni possano “trasformarsi in ricordi”.

In tutti e due i romanzi c’è il mare.

In Addio, il mare è tra un tempo vecchio e un tempo nuovo che scorre a fatica e bagna il terreno di due stesse piante – madre e figlia – cresciute in tempi diversi. Una donna, Ida, torna indietro, attraversando  un mare che non divide solo due terre ma due vite – quella prima e quella dopo -, al di là del mare c’è un passato presente duro da recuperare incarnato da oggetti accatastati “non per ricordare ma per sperare”, sperare che un giorno tutto possa, di nuovo, tornare utile. Un’attesa senza speranza, ma senza distacco.

Ne La straniera, il mare è l’oceano di chi emigra e “di chi è costretto a convivere con tutti questi se del sé, sperando che nessuno prenda il sopravvento sull’altro”, in equilibrio tra l’asfalto di Brooklyn e le pietre delle strade lucane. Scende e sale scale di cantine e sotterranei ma ovunque Claudia cerca un legame, un rapporto forte, “rampicante”, cerca un posto dove attaccarsi come edera.

Perché “straniero è una parola bellissima, se nessuno ti costringe a esserlo”

Ma che belli i libri scritti bene! Che son costati fatica e attenzione ma capaci di offrirsi come opere naturali e non esteticamente costruite, che restituiscono sensazioni provate e mai dette, perché ci vogliono le parole nuove dei libri per riuscire sempre meglio a dirsi, a darsi.

 

Alba Battista è giornalista pubblicista, insegna Lettere ai preadolescenti e legge libri. Ogni tanto ne scrive anche, in punta di matita e su taccuini intimi. Ha studiato a Napoli all’Orientale e ha conseguito un dottorato a Cosenza, dove vive.

 

 

 

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