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Le storie dimenticate delle ciociare di Capizzi

Ci sono pagine della nostra storia che non vivono tra gli scaffali polverosi degli archivi perché chi ne è stato protagonista ha scelto di vivere quei giorni in un silenzio che auspicava l’avvento di un dolce oblio. Dimenticare, come sappiamo tutti, non è mai facile; dimenticare una violenza dall’impatto così forte, qual è stata quella perpetrata ai danni della popolazione capitina all’indomani della fine della seconda guerra mondiale, è pressappoco impossibile. Il dolore, le immagini, la forza distruttiva dei goumiers (soldati di nazionalità marocchina, incorporati nell’esercito francese) prendono voce per la prima volta nelle pagine del prezioso saggio di Marinella Fiume, Le ciociare di Capizzi (Iacobelli, 2020). Queste truppe barbare dal 30 luglio al 6 agosto 1943 si macchiarono sul territorio di Capizzi, piccolo paese in provincia di Messina, di inaudite violenze e, come nei territori della Ciociaria, di innumerevoli stupri di guerra di cui, ancora oggi, non si conoscono i numeri delle vittime. “Il carattere sistematico delle violenze e […] la sostanziale acquiescenza e complicità degli ufficiali francesi che erano al loro comando, nonché degli anglo-americani, «conferma che essi ubbidivano a disposizioni superiori in base alle quali ai goumiers marocchini era stata accordata ‘mano libera’, o ‘carta bianca’ che dir si voglia nei confronti della popolazione civile italiana nel presupposto che tali truppe erano state reclutate mediante un patto che accordava loro il diritto di preda e di saccheggio»”. Un’anziana del luogo, ricordando il triste destino di una ragazza, dichiara: “A carusa a fìciru nova“: questa fu stuprata e sodomizzata a tal punto da essere divenuta nel fisico un’altra persona. Tutto questo riesce a trovare legittimazione a seguito di forte pregiudizio nei confronti della popolazione siciliana: “i montanari capitini sarebbero stati considerati selvaggi alla stregua dei marocchini: due forze uguali e contrapposte che si dovevano lasciare sole nella resa dei conti“.

 Il lavoro di Fiume esplora con delicatezza tra i ricordi dei testimoni diretti e di quanti oggi custodiscono i racconti delle generazioni passate. Tutti sembrano riportare le medesime emozioni e considerazioni: “Nel leggere le interviste che via via mi venivano mandate per email, mi accorsi della ripetitività di molte di esse, rese come se si ripetesse un copione ossessivo, comune, spia di una memoria cristallizzata che si voleva restituire come avulsa da elementi di individuazione soggettiva, una memoria collettiva, comunitaria“. Quella stessa comunità – più volte tacciata quale tribale e gelosa – accolse e si prese cura delle donne violate nel corpo e nell’anima e di quei bambini nati proprio da quegli stupri.

Se la risposta del popolo capitino era stata compatta e forte nei confronti delle marocchinate e il ricordo di queste lucido e obiettivo, lo stesso sguardo non fu riservato alle nefandezze americane. “Oggi noi sappiamo, e ce lo dice la storiografia, che nel corso di questa guerra anche il comportamento degli americani non fu immune da stragi efferate, violenze, furti e stupri, ma la memoria locale non sembra serbarne tracce. […] I miricàni restavano pur sempre il popolo che aveva ospitato nella loro terra i loro nonni, i loro padri fuggiti da una terra che, malgrado faticosamente lavorata e coltivata, rispondeva in modo avaro alle aspettative di una vita meno dura e più dignitosa. L’America restava l’Eden, la promessa di un possibile riscatto, come era stato per molti e come sarà ancora per altri alla fine della guerra. Solo loro, malgrado tutto, potevano essere percepiti come i liberatori”. 

Marinella Fiume impreziosisce il suo studio con un interessante excursus antropologico sul rapporto che i capitini avevano con la natura, il ciclo della natura, il cibo, la religione e la struttura organizzativa del lavoro a cui gli uomini e le donne erano chiamati a svolgere. Nel rapporto della comunità col sacro si circoscrive anche il ruolo della vendetta verso i goumiers che “andavano uccisi senza pietà in quanto furono un flagello biblico e professavano la stessa religione di quegli invasori saraceni, mori che san Jàpicu [Giacomo] matamoros, campione della cristianità sterminò“.

A chiusura del testo, il contributo della sociologa Maria Pia Fontana che propone “Una prospettiva psico-sociale sugli stupri di guerra” e offre un’ulteriore occasione di riflessione sulla vittimizzazione a cui le donne sono sottoposte anche in tempi di pace.

 

Lella Esposito

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