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Non starò più a cercare – Francesco Guccini, il cantautore sospeso

Esiste un Francesco Guccini cantautore e un Guccini scrittore, ma è pur vero che il cantautore è esso stesso scrittore.

Per celebrare gli ottanta anni del grande artista modenese, abbiamo chiesto a Nazareno Loise una breve analisi dei suoi versi messi in musica.
Tra Montale e Gregory Corso, Nazareno Loise ha evidenziato la particolarità di uno scrittore libero e libertario.
Auguri, Guccio!

Buona lettura.

***

[…] fingo d’aver capito che vivere è incontrarsi,
aver sonno, appetito, far dei figli, mangiare,
bere, leggere, amare, grattarsi.”

(Canzone quasi d’amore, Via Paolo Fabbri 43)

L’uomo è l’unico animale che sa di dover morire; ma da giovane è convinto di essere immortale. A ottant’anni però comincia ad avere qualche dubbio” (Intervista a Francesco Guccini, Corriere della Sera, 6 giugno 2020).

Ma Francesco Guccini ha sempre scritto e cantato di vite sospese fra l’ardore d’una giovinezza incendiaria e la coscienza d’un epilogo irrimediabile. Ha fatto danzare amore, morte e altre sciocchezze, un lungo e malinconico tango sopra un cirro mantenuto in tensione da due forze distanti tra loro chilometri di praterie e di incertezze.

Guccini non ci ha mai rigurgitato addosso, corrompendosi dal pulpito della sua professione artistica, riposte chiare o pontificazioni di alcun genere (come molti altri colleghi…). Tutt’altro. Ripercorrendone la lunghissima carriera si può notare la costante tendenza, neanche troppo sottile e molto montaliana, a cantarci di ciò che non è e di ciò che non si vuole. Come “l’Eusebio Nazionale”, che supplicava l’uomo sicuro di non chiedere al poeta “la parola che mondi possa aprire”, così il cantautore nativo di Modena ha sempre rifuggito l’etichetta del profeta, e a tratti anche quella del poeta, preferendo, al contrario, farsi prisma sonoro delle sue istanze individual-spirituali, incantate e disincantate allo stesso tempo. Ma la voce di Guccini ha il tratto del mito omerico: quella di chi riesce a proiettarsi largamente sul mondo, infiltrandosi nei recessi più sopiti delle singole esistenze (perchè, alla fine, siam tutti uguali/ e moriamo ogni giorno dei medesimi mali), anche parlando di Stanze di vita quotidiana e di greppe appeninniche.

Guccini, si scriveva, è il cantore dei non, di quello che non. Il suo è stato un cantare del mondo in negativo, attraverso l’analisi lirica delle mancanze e degli abbandoni, e individuali e collettivi, di una generazione defraudata (o autodefraudatasi, ancora non lo si è capito) del suo avvenire (ladri e profeti di futuro/mi hanno portato via parecchio), mai dimentico di quella tensione tutta libertaria dei sognatori di professione (un tipo perso dietro le nuvole e la poesia).

Guccini è il cantore della coscienza dell’uomo moderno (cioè, di quel fantoccio pensante che ha occupato la seconda metà del Novecento). Contraddittorio e contraddetto, suggestionato fruttuosamente dalla beat poetry (poche chiacchiere: Autogrill sembra scritta dal Corso più classico!) ma profondamente debitore dei bohémiennes, metropolitano però visceralmente legato alle radici culturali del mondo contadino, sociale e antisociale, collocutore critico e parodistico di Dio eppure particolarmente spirituale, pionieristico nelle tematiche e nondimeno classicheggiante nel sentire, viaggiatore alla ricerca della sua Ultima Thule ma consapevole che da tempo e mare non si impara niente, buffo e tragico al tempo stesso, senza risposte ma con mille domande.

L’opera di Guccini è in costante divenire, una costruzione in itinere generata dallo sforzo trivialmente titanico di amare la vita in tutte le sue squallide miserie. Un vero e proprio incontro, insomma, (parafrasando l’omonima canzone che è, secondo chi vi scrive, un esempio di perfezione stilistica e contenutistica). E come in ogni incontro si alternano fraintendimenti a comprensioni, così nei suoi album si avvicendano, in altissima metrica, le Stagioni della natura umana. E, forse, proprio per queste ragioni la sua opera è trasversale, senza tempo e trasmessa a memoria da almeno tre generazioni (caratteristiche, appunto, proprie della tradizione omerica).

Sebbene schivo per natura e restìo alla sovraesposizione mediatica del suo lungo tempo, il Guccio non ha mai rifuggito di difendere il cantautore (che, in una trasmissione Faziosa di qualche anno fa, appellò “cammelopardo”, accennando allo straordinario ibridismo di questa figura). Ma lo ha fatto vestendo una risata fra chi veste da parata (pseudocit.), rivendicando cioè la serissima ludicità del sapere usare o no ad un certo metro. E non mi riferisco soltanto all’ormai più-gucciniana-di-Guccini L’avvelenata (“Io detesto l’Avvelenata. Una canzoncina. Non capisco perché abbia avuto tutto questo successo”, ibid.). La frammentata serie delle Canzoni di notte è, ad esempio, un vero e proprio anti-manifesto-programmatico del cantautore che s’impegna socialmente quando ne ha voglia, e non per opportunismo spicciolo ma perché effettivamente troppo alto per subire le bassezze dei doveri comunitari (e che quando lo fa, però, anticipa di decenni gli affacendati strimpellatori da catasto), del cantautore che suona perché non ne sa il motivo, del cantautore ch’è prima di tutto un uomo, sempre lo stesso, sempre diverso, che cerca le notti ed il fiasco e che se muore rinasce, finchè non finirà.

Ed ecco che pur non volendo essere profeta Guccini lo è divenuto, come accade ai più grandi, in questa Italia che annaspa ancora in interminabili piccole storie ignobili, dilaniata sugli alari dell’“o con noi o traditore!”.

Ed ecco che i cantautori di oggi gli rendono degno omaggio inNote di viaggio – Capitolo 1: venite avanti…” (2019, BMG Rights Management, Universal), progetto supervisionato da Mauro Pagani a cui ha partecipato con un inedito in dialetto pavanese lo stesso Guccini e che vede protagonisti i vari Sangiorgi, Brunori, Carboni, Zilli etc.

Ed ecco che quel bambino a cui piaccion le fiabe è diventato un vecchio.

E sì, un altro giorno è andato, la sua musica ha finito, non ruggisce più, dal vivo, il suo mostro strano.

Ma a noi piace pensarlo ancora dietro al motore.

Tanti auguri, Francesco!

P.S.: ho tralasciato il “Guccini scrittore” perché non ho mai letto un suo libro. Mi si perdoni la volontaria svista.

 

Nazareno Loise

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Discografia completa

Folk beat N.1 (1966, La voce del padrone)

Due anni dopo (1970, EMI Columbia)

L’isola non trovata (1971, EMI Columbia)

Radici (1972, EMI Columbia)

Opera buffa (1973, EMI Columbia)

Stanze di vita quotidiana (1974, EMI Columbia)

Via Paolo Fabbri 43 (1976, EMI Italiana)

Amerigo (1978, EMI Italiana)

Album concerto, live con I Nomadi (1979, EMI Italiana)

Metropolis (1981, EMI Italiana)

Guccini (1983, EMI Italiana)

Fra la via Emilia e il West, live (1984, EMI Italiana)

Signora Bovary (1987, EMI Italiana)

Quello che non… (1990, EMI Italiana)

Parnassius Guccini (1994, EMI Italiana)

D’amore di morte e di altre sciocchezze (1996, EMI Italiana)

Guccini live collection, live (1998, EMI Music Italy)

Stagioni (2000, EMI Music Italy)

Guccini Live @ RTSI, live (2001, Sony)

Ritratti (2004, EMI Music Italy)

Anfiteatro Live (2005, EMI Music Italy)

The Platinum Collection (2006, EMI Music Italy)

Storia di altre storie (2010, EMI Music Italy)

L’ultima thule (2012, EMI Music Italy)

L’Ostaria delle Dame, live (2017)

Note di viaggio – Capitolo 1: venite avanti… (2019, BMG Rights Management, Universal)

45 giri e singoli: “Un altro giorno è andato / Il bello” per La voce del padrone (1968); “Lui e lei / Due anni dopo” per Columbia (1969); “Nené / Tema di Ju” per la EMI (1977); “L’Italia di Francesco Guccini” su L’Espresso (1981); La Giungla (2006).

 

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