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Se scorre il sangue di Stephen King – Racconti sull’illusione che ci tiene in vita

Quattro racconti, o meglio tre più un romanzo breve con protagonista Holly Gibney, che da personaggio secondario di Mr. Mercedes (2014) si sviluppa nei due capitoli restanti della trilogia dedicata al detective Bill Hodges – Chi perde paga (2015) e Fine turno (2016) -, e compare successivamente in The Outsider (2018), del quale Se scorre il sangue (If it bleeds, Sperling & Kupfer, 2020, traduzione del sempre ottimo Luca Briasco) è il seguito.  

Holly Gibney, dichiaratamente amata dal suo stesso autore, torna da protagonista, forse la prima tappa di un percorso narrativo alla ricerca di altri mostruosi Outsider, come lo stesso autore lascia trasparire dalle note finali al libro. Accompagnata dai suoi amici Jerome e Barbara, Holly si troverà a indagare, colta da un acceso intuito, su un giornalista che ai suoi occhi ha qualcosa che non torna. 

Il mondo del giornalismo, della stampa scandalistica (If it bleeds è il cinico detto secondo cui “se scorre il sangue vende”), quella feroce dei tabloid ma anche dei grandi network, torna sempre nei romanzi di King, tanto che lo stesso autore gioca col suo universo, autocitandosi più volte (qui si fa riferimento, tra gli altri, all’Inside view del Volatore notturno comparso nel racconto omonimo contenuto in Incubi e deliri del 1993). 

Raccontato in presa diretta, nello stesso stile hard boiled della trilogia di Mr. Mercedes, il ritmo del racconto non perde colpi, il montaggio è serrato e, grazie alla relativa brevità del racconto, la lettura è decisa e senza fronzoli. Un mix di hard boiled e horror/fantascienza che funziona.

A precedere il racconto eponimo, due racconti in cui si sviluppa la vena più “sentimentale” del Re: non una novità, semmai a sottolineare con più rassegnazione la condizione umana, fatta di illusioni e in preda a un destino che può disfare tutti i sogni.

Così è per Il telefono del signor Harrigan, ancora una volta la storia di un’amicizia tra un giovane e un anziano (ad esempio, ricordiamo, sul tema, “Uomini bassi in soprabito giallo” contenuto in Cuori in Atlandide del 2000), in cui il soprannaturale arriva lento, al termine di una placida storia di amicizia tra due generazioni distanti, avvicinati dalla tecnologia e dalla tecnologia legati. Una storia di crescita, come solo Stephen King è in grado di scrivere. Crescita e distaccamento, in cui il dolore e l’incombenza della morte vivono fianco a fianco agli uomini. Staccarsi dal ricordo di chi non c’è più, vivere la propria vita senza una guida, diventare adulti: ecco il vero orrore.

Diventare adulti, accettare il proprio destino e vivere il diritto alla felicità: questi i temi del bizzarro e commovente La vita di Chuck, un racconto che sa di “Ai confini della realtà”. Tre capitoli narrati in ordine inverso, che inizia con una strana fine del mondo, prosegue con un episodio di pura normalità quotidiana (la narrazione della semplice gioia di un momento inaspettato, cioè un ballo improvvisato in mezzo alla strada, accompagnato da due sconosciuti), per finire con la giovinezza del protagonista, quando scoprirà il grande segreto che si nasconde in soffitta, la visione dell’inevitabilità della vita umana. 

Per chi scrive, La vita di Chuck è un gioiello di realismo magico, una parabola sulla vita umana, sussurrato a noi lettori da uno scrittore che nelle sue storie ha spesso inserito il mostruoso e l’orrorifico, il prodigioso e il fantastico per raccontare l’orrore della vita. Ma spesso basta uno sguardo lì dove non si deve, per scoprirsi mortali.

Chiude il volume Ratto, una “fiaba crudele”, come la definisce lo stesso King nelle note. E cosa c’è di più kinghiano della storia di uno scrittore in crisi?

Drew Larson non vuole diventare lo scrittore vivente più importante, ma riuscire almeno una volta a terminare la scrittura di un romanzo. Drew ha pubblicato su riviste prestigiose, è un bravo insegnante, ma c’è qualcosa che lo rode e non lo fa vivere felice.

Un giorno ha la visione di una storia che si sviluppa in tutti i passaggi. Non gli resta che scriverla come sotto dettatura. Ma per farlo deve isolarsi, altrimenti finirà come la volta precedente, in cui non è riuscito a terminare il suo romanzo alla Updike, e ha quasi dato fuoco alla casa.

Isolato in una baita sperduta nel bosco, inizia a scrivere con facilità, ma ecco che a un certo punto qualcosa comincia a scricchiolare e le parole vengono meno. Mentre si avvicina un temporale che lo terrà fuori dal mondo per un paio di giorni, qualcuno gli si avvicinerà per proporgli uno strano patto. 

Ratto è un racconto godibile e cattivo, una fiaba nera che può riassumere tutto il volume: l’illusione ci tiene in vita, i mondi che abbiamo nelle nostre menti vanno foraggiati, altrimenti ci resta solo da confrontarci con la vita nuda, con la prospettiva della morte, della fine, della solitudine eterna.

Come nelle Totentanz medievali, dobbiamo ballare con la morte.

Danziamo, danziamo, altrimenti siamo perduti!” (Pina Bausch)

 

Giovanni Canadè

 

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