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Sinissario per Carla – Un racconto di Antonio M. Serra

Diamo il benvenuto su Biblon a  Antonio M. Serra e al suo “Sinissario per Carla”. Da tempo abbiamo leggiamo i racconti di Antonio pubblicati in rete, ne apprezziamo lo stile e per questo siamo onorati di averlo nella nostra rubrica dei racconti inediti. Per accompagnare la lettura del suo racconto, Antonio vi consiglia l’ascolto di She’s in parties nella versione dei Bauhaus

Buona lettura (e buon ascolto)!

p.s.: la mail a cui inviarci i vostri racconti è g.canade@biblon.it

***

(particolare da Trittico Il Giardino delle delizie, Hieronymus Bosch, 1480-1490 ca.)

Tu e Carla vi siete lasciàti.
Stai attento al trolley.
Vi siete lasciàti.
Perché continui a trascinarlo, poi?
Lasciàti!

Sembri un idiota, devi sforzarti di mantenere la calma. Schiena dritta, mento alzato, un passo per volta, lento, cadenzato, morbido.
Fa freddo a Bologna. Sono quasi le due di notte e l’autostazione è umida come uno straccio da pavimenti.

Certo che sei ridicolo: cerchi un bagno, ti infili in stanze dentro a stanze, tutte vuote, illuminate da neon lerci, anneriti dallo smog e dalla polvere. Arrivare fino alla stazione centrale, dall’altro lato della strada, vorrebbe dire rischiare di perdere la coincidenza. Non se ne parla. Quindi? Guardi dietro ogni colonna, negli angoli di ogni atrio, ma non c’è un bagno aperto in questo posto. Tornelli, ci sono dei tornelli accanto alla baracca di alluminio e plexiglass che qui definiscono, con eccessivo ottimismo, sala d’aspetto: devi infilare una moneta nella gettoniera per entrare dentro al cesso.

Tu non puoi.
Non hai monete e chissà quante ne servono per far scattare il tornello, in più hai il trolley.
Il maledetto trolley, pieno zeppo di roba.
Ti chiedi ancora come hai fatto a farci stare dentro tutto?
Facile: c’è la mano di Carla, doveva starci per forza dentro tutto!
Ma ora tu e Carla vi siete lasciati.

Non dovevi bere quella birra ghiacciata alla stazione di Venezia. Probabilmente il cesso è il posto più pulito di tutto il terminal bus di Bologna; con quello che costa entrarci!

Di cosa ti meravigli poi? È il motivo per il quale tutto puzza di piscio qui intorno.

Il pullman è arrivato, l’autista scende; ha la faccia di uno da cui non compreresti mai un’auto usata. Probabilmente neppure lui ne comprerebbe mai una da te. Si vede da come ti guarda: con superiorità, quasi con disprezzo. Sembra stia per dirti “È inutile che fai finta di scappare. La tua faccia di merda continuerai a portartela dietro”. Invece sogghigna lo stronzo e ti chiede, cortesemente, il biglietto.

Il biglietto!
Non trovi il biglietto.
Dove hai messo il biglietto?

L’autista indossa una camicia azzurra e un pullover smanicato, con il collo a V, di un blu scuro che sotto le luci gialle del piazzale sembra nero. Sul taschino ha ricamato il logo della compagnia di trasporti e indossa scarpe scure, comode ma allo stesso tempo eleganti, di certo comprate da un ambulante in qualche mercatino. Un autista non può permettersi quella marca di scarpe.

Questo pezzo di merda continua a guardarti fisso e tu inizi a sudare.
Lo vedono tutti che ti tremano le mani.
Prega che non sia rimasto sul tavolo nella stanza di Carla o, peggio ancora, che non sia dentro al tuo fottuto trolley, tra i vestiti sporchi e i pezzi di un amore che non volevi morisse così.

– Allora, questo biglietto esce fuori o no?

Devi mantenere la calma, cazzo!
Respirare!

Alla gente non importa nulla di chi sei, da dove vieni, perché stai salendo su quel pullman. Non gliene frega un cazzo se stai scappando dalla giornata più brutta della tua vita.

Aspetta…

Ecco!

L’indice destro sfiora il bordo di un foglio ripiegato.

Ora sorridi come un cretino, proprio come diceva Carla: “Sei un buono a nulla, Antonio. Come puoi pensare che io accetti di stare immobile, accanto a te, per tutta la vita? Come torre e cavallo, giocare sempre in difesa, aspettando l’arrocco, ché non si sa mai, morire senza aver neppure provato a lasciare la tua piccola casella nera. Non ce la posso fare. E poi guardati ora: sorridi come un cretino, Antonio.”

L’autista guarda il tuo biglietto, poi sposta lo sguardo sul signore in fila dietro di te e ripete

-Prego, salga.

Devi rispondere e ringraziare.

– Prego, salga pure.

Sei come congelato davanti alla porta dell’autobus; la mente svuotata.

– Allora? Vuole salire o no? Abbiamo degli orari da rispettare, avanti!.

Devi stare attento ai gradini, attento a non scivolare. Devi trovare il tuo numero di sedile e mettere il trolley nella cappelliera. Prendi posto, la testa appoggiata al finestrino, il cappuccio della felpa alzato per coprire le orecchie.

Il silenzio della notte diventa un fischio acuto che cresce nelle tue orecchie.
Più forte.
Ancora più forte.
Copre le voci.
Copre il fetore.
Copre i colori.
Tu e Carla vi siete lasciati.

Dormire: di questo hai bisogno.
Dormire anche solo pochi minuti. Ricordi quella frase che hai letto, l’altro ieri, su quel libro che stava studiando Carla: <<Il mondo esiste soltanto attraverso il nostro atto di osservarlo>>.

Se smetti di guardare tutto si dissolve, non c’è, non esiste. Dai retta a Buber: devi solo chiudere gli occhi e smettere di pensare a questo autobus, a Bologna, a Venezia. Ti devi sforzare di dormire e rimuovere la stazione di Santa Lucia, la corsa fatta a piedi per raggiungerla attraverso le calli, col trolley in braccio. Dimentica la stanza, il letto sul quale Carla stava stesa con gli occhi fissi sul soffitto, mentre tu piangevi. Quel prete che sbucava, il giorno prima, dall’uscita laterale della chiesa di Santa Maria Dei Miracoli, sotto la pioggia leggera di Ottobre. Dimentica quel vicolo, quella piazzetta. Il portoncino con le finestrelle ovali che sembravano grandi occhi spalancati, a fare la guardia al pontino di Santa Maria Nova. Sull’altra riva i tavolini di vimini erano vuoti e Carla era furiosa. Doveva dirtelo proprio a Venezia che voleva lasciarti! Quando il prete è uscito dal portone ha lanciato uno sguardo stranito verso di lei che cercava di divincolare il braccio dalla tua mano stretta. È rimasto immobile mentre la inseguivi nella stradina per Campo dei Miracoli e poi su, in cima al ponte, contro il parapetto. Ha sbirciato mentre la stringevi col viso fradicio, mentre la strattonavi digrignando i denti. Poi è andato via sotto la pioggia scomparendo tra le luci silenziose dei lampioni.

Abbiamo mandato a puttane sforzi e sudore, scaricando nel cesso due anni di vita insieme e tu perdi tempo col pensiero di un prete che non sa niente di te, non sa niente di noi? Quel prete praticamente non esiste!”

Stringi gli occhi umidi: stai solo cercando di trattenere il respiro ancora un po’, stai cercando un senso a tutto questo; trattenere il suo ricordo come stai facendo proprio ora con le lacrime.

Non ho mai abbracciato i miei genitori, mai, come se una forza me lo impedisse. Non è pudore, somiglia più alla vergogna. Abbraccio solo te, Antonio, nessun altro.”

L’autobus si ferma, dagli altoparlanti un microfono gracchiante annuncia quindici minuti di sosta. Devi scendere in fretta, fare presto, essere il primo in fila per il bagno. La stazione di servizio a Firenze Nord ha nei cessi solo orinatoi.

È sempre così: appena lo tiri fuori arriva qualcuno, si apre la patta a quaranta centimetri da te, guardi la sua fronte che si distende, le sue labbra che si rilassano, mentre tu non riesci più a fare neanche una goccia.

Tu e Carla vi siete lasciati.

Uscendo dai bagni ti guardi intorno cercando tra le sigarette accese e le scarpe in fila indiana, immaginando accada l’impossibile.

Carla che appare con due caffè in mano, ti guarda e svela il suo sorriso migliore mentre albeggia. Ti avvicini, giri lo sguardo verso il pullman, pensi che lì dentro c’è un trolley con ciò che resta della tua vita.

Le chiedi “Ma come hai fatto?”.

Lei ti risponde “Ma fatto cosa, Antonio? Stai sempre a fantasticare. Devi fermarla questa testa quadrata ogni tanto! Non lo vedi ch’è solo uno spreco di energie immaginarti tutto questo sapendo benissimo che non può accadere?”.

Ha ragione.
Devi tornare a dormire, cancellare il mondo.
Pieghi il sedile, distendi le gambe, incroci le braccia.
Fai un respiro profondo con gli occhi chiusi.
Spegni il mondo.
Spegnilo.
Asciuga i rumori di fondo.
Sprofonda nel buio del tuo silenzio.
Così, da bravo.
Silenzio.

C’è un rumore strano adesso. Un ronzio, un suono monotòno, cadenzato.

È una voce.

Apri bene le orecchie. Cosa dice la donna del sedile di dietro? Parla al telefono con qualcuno. Sporgi l’orecchio nella fessura tra i sedili. Cerca di capire il senso del suo discorso.

Tra venti minuti, sì. Stiamo arrivando ora all’aeroporto, dì a tuo padre di farsi trovare alla fermata”.

Di quale aeroporto parla?
Che cazzo di ora è?
Apri gli occhi.
Quanto hai dormito?

Stupido idiota che non sei altro, hai perso la fermata! Devi scendere subito! Devi scendere qui all’aeroporto, poi arrivare alla cazzo di stazione centrale e trovare un treno per casa.

Sotto la pensilina del binario due un signore sulla cinquantina, un po’ trasandato, con una giacca sportiva, due bagagli e un sacchetto comprato al duty free che nasconde dei giocattoli si fa un selfie, poi lo allega ad una chat. Il messaggio precedente era un “Buon viaggio” con tre punti esclamativi e l’immagine di un aereo. Il nome sulla chat recita “Lo zio polentone”.

Trattieni il sorriso, non farti vedere.

Guardalo com’è felice, ora manda pure un messaggio vocale “Tra un paio d’ore arrivo. Ci vuole più da qui a casa che a venire da Bolzano”.

È la terza volta in meno di dieci minuti che senti dire la stessa identica frase. Per la signora con la figlia adolescente era Pavia, per l’autista imbolsito, in camicia e pullover, era Vicenza.

A Carla sarebbe piaciuto.

– La massa è come il mare: una forza potente che potrebbe distruggere ogni cosa. Ma la massa s’ignora, così risulta innocua.
– Io credo di odiare la massa, la gente, questa confusione.
– Non me l’avevi mai detto.
– L’ho appena scoperto.
– C’è una parola per questo: misantropo.
– Misantropo.
– A me piacciono solo i mimi e i clown.
– Misantropo, mi piace come parola.
– Perché gli basta colorare il viso di bianco per emergere dalla massa.

Il prossimo treno è tra un’ora.
È lunghissimo il binario due: arriva fino a dove non ci sono più lampioni, lontano dall’atrio della stazione e dalle scale per il sottopasso.
Stai fissando il vuoto da troppo tempo.
Si avvicina un uomo canuto, dal volto raggrinzito, ti punta il suo grosso dito rovinato dal lavoro manuale.
– Sì, grazie. Sono solo un po’ stanco.

S’è accorto di qualcosa.
– No, è molto pesante e tirandolo giù devo essermi graffiato-

Annuisci con la testa, fai vedere che sei tranquillo.

– Sono un pittore, trasporto del materiale particolare per un lavoro che sto completando a Cosenza. Dev’essersi aperto qualche barattolo.

Non si scrolla di dosso.

– Non credo mi conosca, non sono famoso fino a quel punto. Comunque Antonio, Antonio Pace.

Questi maledetti cellulari. Devi trovare il modo per divincolarti.

– Il Signore?

Cosa c’entra adesso?

– Il Signore vede tutto?

Devi alzarti da lì.
Subito.

Saluti il vecchio e cominci a camminare, un passo dopo l’altro, superando una coppia di stranieri che mangiano un panino mentre parlano in arabo tra una montagna di pacchi e valigie, lo zio polentone che sorride guardando il cellulare accasciato su una panchina, una donna dai capelli biondo platino che fuma nervosa una sigaretta mentre scalpita girando intorno alla sua valigia.

Dove finisce il binario due?
Quaggiù non c’è più luce.
Quel vecchio è un dannato scocciatore. Eccolo laggiù, vicino alla porta dell’atrio, sta torturando un’altra vittima. Ora è un uomo con un giubbotto blu.
Cosa gli starà dicendo? Indica i binari muovendo la mano, forse chiede informazioni sulla direzione del treno.

Ah! L’uomo è riuscito a liberarsi. È stato bravo, c’ha messo molto meno di te. Avrà colto l’occasione di assecondarlo per allontanarsi, magari controllare il tabellone degli orari. Vedi che passo svelto che ha, deve avergli rotto i coglioni di brutto.
Guarda dritto in questa direzione. Segue anche lui il binario due.
Si avvicina. Ti ha visto?
Non è un uomo qualunque, ha un distintivo sul giubbotto. Deve essere una guardia giurata o un vigile. Cosa cazzo ci fa un vigile in stazione?
No, guarda bene: è un poliziotto.
Quel vecchio di merda. Cosa gli avrà detto? Avrà pensato chissà cosa, immaginato, in quella sua testa di cazzo, chissà quali storie. Che cosa vuol saperne quello stronzo? Cosa ne sa di cosa vuol dire essere soli?
Deve avermi visto arrivare fino a quaggiù e magari ha pensato, collegato. Certo, i giornali, la tv, la miseria della gente è lo spettacolo principale ormai. Tutti si sentono in diritto di giudicare, di votare, di assistere al tuo fallimento, decidere se salvarti e ribaltare il risultato all’ultimo momento.

Il poliziotto si avvicina. Ha una mano sulla fondina.

Illusi del cazzo! Credete tutti di poter comprare, con i vostri soldi, i vostri click, di poter scegliere. Credete sempre di avere ragione, di essere nel giusto, di essere diversi, fuori dalla massa. Ma non siete un cazzo. Siete voi la massa, voi! Ma non ve ne rendete conto.

Ti ha visto, ti ha visto di sicuro.

Fai un passo oltre la linea del buio marcata dall’ultimo lampione e il binario continua ancora.

Il cielo è coperto, i binari, i tralicci, i ciottoli, sono bagnati da una luce rossastra. Un groviglio di fili sorretto da una struttura in metallo corre parallelo al cielo. Uno di quei fili arriva fino a Venezia.

Sono le cose a cui diamo priorità, Antonio, a definire che tipo di persona siamo. È attraverso certi dettagli che ci costruiamo la lente per guardare oltre la tenda della quotidianità. Chi siamo quando nessuno ci guarda? Me lo sono chiesta tante volte pensando a come tu sia sempre attento alla forma, a sembrare perfetto in ogni dettaglio. Poi, però, ti perdi in favole e nuvole di fumo. Non sai gestire i ricordi, non sai gestire questa tua infanzia sentimentale che ti preme la testa sott’acqua e tu, ogni volta, ti abbandoni al panico più totale. Devi imparare a scollegare i ricordi dal dolore. Devi lasciarmi andare e trovare una tua strada, lontano dalle sicurezze, lontano dal nido di spugna che ti sei costruito. Chi sei quando nessuno ti guarda? Neppure tu lo sai, non è vero?”

Rispondile.

Sì, è vero. Neppure tu lo sai.

Alla fine del binario due un cartello dice “È severamente proibito oltrepassare il termine del marciapiede”, poi la pavimentazione deflette di poco verso il basso e finisce tra la ghiaia e le erbacce. La stazione ormai è lontanissima.

Il ticchettio dei passi si avvicina.
Ma di cosa hai paura?
Cosa temi di perdere?
Hai già perso tutto quello che avevi, tutto quello che contava per te. Il tuo mondo, le tue certezze, si sono sbriciolate ventiquattr’ore fa. Sei rimasto solo Antonio. Solo come un lampione spento. Il tuo corpo, qui, non proietta neppure un’ombra. Sei un corpo trasparente, un’anima cava. L’unica arte in cui sei imbattibile è quella del fallimento.

Ora basta.
Appoggi il trolley al cartello.
Vai, fallo!
Devi farlo.
Devi fare tre passi oltre, fino al selciato.
Adesso apri la zip dei pantaloni e piscia sul pietrisco.
I passi del poliziotto si sono fermati.
Il trolley è lì, dietro di te.
Vedi amore mio? Alla fine sono cambiato, proprio come volevi tu”.
La fronte si distende, le labbra si rilassano.

Io e Carla ci siamo lasciati per sempre.

(c) 2020 Antonio M. Serra

Antonio M. Serra è uno dei più anziani millennial ancora vivi. Essere in sovrappeso lo allontana dal concetto di gioventù ancor più del bianco tra gli sparuti capelli neri e la barba che, per pigrizia, non cura da molto prima che diventasse di moda. In mezzo alla gente tende a occupare meno spazio possibile, prediligendo i posti con visuale ampia e spalle coperte. Parla gesticolando ma tenta di non scomporsi mai. l’ansia comunicativa gli causa il terrore di non sapersi spiegare, la sudorazione dei palmi, l’usare almeno due esempi diversi per dire la stessa cosa, la maniacale cernita del termine più adatto, il balbettare marcato che negli anni ha domato con l’uso di perifrasi. Ha due colori preferiti: rosso e il blu. Non segue né pratica alcuno sport, ma un autismo latente lo spinge a doversi comunque informare su eventi e risultati. Odia non conoscere l’argomento quando si trova in una discussione e se non ha nulla di utile da dire preferisce stare zitto. La cosa che sa fare meglio è imparare.

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