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Stephen King. Dal libro allo schermo

Nella vasta bibliografia saggistica sullo scrittore più famoso al mondo, Stephen King, mancava ancora una approfondita analisi della cinematografia tratta dai suoi romanzi e racconti, pozzo senza fondo per i produttori hollywoodiani. A questa mancanza, pone rimedio il bel volume curato da Giacomo Calzoni per Minimum Fax, Stephen King. Dal libro allo schermo (2020, 313 pagine)

La lunga e travagliata relazione tra il Re dell’Horror e il cinema inizia nel lontano 1976, con la trasposizione di Carrie, il primo fortunato romanzo di King, che diventa un film “impietoso, veemente, impulsivo” a opera di Brian De Palma, un autore dalla forte personalità che piega il film alle sue esigenze visive. Nonostante il successo al botteghino, lo scrittore non si dimostrerà del tutto entusiasta della riuscita del film, inaugurando così la lunga sequela di tradimenti (presunti) della pagina scritta. 

Questo è il tema del primo saggio contenuto nel volume, a opera di Pier Maria Bocchi, che analizza brevemente i film “d’autore” tratti dai romanzi dello scrittore americano. Oltre a Carrie, ricordiamo Christine – La macchina infernale di John Carpenter, La zona morta di David Cronenberg, Creepshow e La metà oscura di George A. Romero, Stand by me e Misery di Rob Reiner. È invece Daniele Dottorini ad approfondire, nel successivo capitolo, il più difficile rapporto che lega lo Shining di King alla versione cinematografica di Stanley Kubrick. 

Il punto focale di questo rapporto è proprio questo incontro/scontro di due linguaggi, quello narrativo e quello per immagini, che Stephen King, seppur da sempre grande fruitore di cinema, non ha mai considerato paritetico. 

“Il libro di Stephen King è già un film. Non un copione, non una sceneggiatura, proprio un film, fatto di scene, di montaggio, di fotografia. Fatto di immagini”, scrive Pier Maria Bocchi, ponendo subito la questione principale per cui la parola kinghiana risulta così complicata da trasporre sullo schermo.

E se, ancora con le parole di Bocchi, “Stephen King è un regista. Un metter en scène. È l’autore di se stesso”, ecco che si mostra naturale la diffidenza dello scrittore nei confronti, non solo dell’industria cinematografica tout court (“the film people”, la definisce King) ma anche e soprattutto nei confronti di quegli autori che utilizzano le sue pagine per filmare il loro mondo, la loro visione artistica, intima. Inammissibile per King, per cui la pellicola tratta dalle sue storie deve riportare fedelmente gli eventi e lo spirito dell’autore originale. Proprio per questo, King ha preferito affidarsi a registi anonimi, puri artigiani senza troppa personalità. Il caso emblematico è quello di Mick Garris, il regista prediletto da King, autore però di alcuni tra i peggiori adattamenti cinematografici e soprattutto televisivi tratti dai suoi romanzi.

A guidarci nella lunga sfilza di produzioni cosiddette minori è il curatore del libro, Giacomo Calzoni, che ci illustra, uno per uno, i film per ogni decade, a partire dagli anni Ottanta. Si inizia nel 1983 con Cujo.

“Il contesto storico è ancora una volta fondamentale:”, scrive Calzoni, “quando produttori e major cominciano a fiutare il tornaconto economico celato dietro il nome di King […] gli anni Ottanta hanno già cominciato a cambiare il mondo.” “Si potrebbe pensare al cinema kinghiano […] come a un parassita […] è un cinema invisibile […] anche in termine di adattamento e di rapporto con la pagina scritta, almeno nella maggior parte dei casi, scegliendo di volta in volta se reagire o meno alla sempre maggiore insofferenza di King (il caso di Shining è emblematico) assecondando le pretese di un vero e proprio scrittore demiurgo, la cui visione del cinema si fonda unicamente su una fedeltà assoluta alla propria opera”.

I film che Calzoni passa in rassegna, forse proprio perché inseriti in un cinema ancora vitale, riescono nella maggioro parte dei casi a fornire degli spunti e dei brividi che, negli più “patinati” anni Novanta andranno perdendo la propria carica vitale, eccetto che per alcune opere riuscite come Il volatore notturno di Mark Pavia (1997), esempio di un cinema “sporco” che con pochi mezzi riesce a trasmettere i tòpoi della pagina kinghiana.

Non solo opere minori: Marco Lazzarotto Muratori, Davide di Giorgio e Andrea Pirruccio ci accompagnano attraverso le opere produttivamente più ambiziose del grande schermo hollywoodiano, dagli anni novanta fino agli anni Dieci del Duemila, che vede, tra gli altri, l’ambizioso Doctor Sleep (2019), tratto dall’omonimo romanzo, seguito di Shining, diretto dal regista Mark Flanagan, forse l’unico in grado di recepire le atmosfere dei romanzi dello scrittore americano (di Flanagan è anche il bell’adattamento da Il gioco di Gerald per la piattaforma Netflix), mentre il resto delle produzioni annaspa tra spaventi più o meno teen (pensiamo al deludente IT di Muschietti) o tra remake/reboot poco convincenti (ad esempio l’interessante ma irrisolto Pet Sematary di Kölsch e Widmyer e Nell’erba alta di Vincenzo Natali, sempre per Netflix).

Ma le storie per immagini di Stephen King non si sviluppano solo grande schermo. Sempre Giacomo Calzoni e di seguito Matteo Berardini ci illustrano il vasto repertorio di trasposizioni per il piccolo schermo, che dalle miniserie degli anni Novanta ci portano ai giorni nostri, adattandosi a volte con difficoltà alle nuove forme di scrittura e fruizione delle opere pensate dai grandi network americani. 

Stephen King. Dal libro allo schermo è un’opera preziosa e fondamentale per i fan dello scrittore del Maine, capace di tenere le fila in un lungo percorso tra cinema e televisione, tra romanzo e cinema, che ha permeato il nostro immaginario a partire dagli anni Settanta del secolo scorso e che ancora non smette di regalarci brividi, entusiasmi e delusioni.

 

Giovanni Canadè

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