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Una lucida depressione – Elena Ramella

Abbiamo il piacere di presentarvi un estratto dal nuovo romanzo in lavorazione di Elena Ramella, della quale potete leggere alcuni suoi racconti sul nostro portale.
“Un lucida depressione” è un brano toccante, segnato da una estrema sensibilità e della scoperta del Male Oscuro e invisibile quale è la depressione. 

#gliIneditidiBiblon è una rubrica dedicata alla pubblicazione di racconti inediti. Per avere info e per inviarci i vostri scritti la mail è g.canade@biblon.it 

(Henrik Aarrestad Uldalen)

 

Senza saperlo, prima ancora di essere in grado di capire, entrai indirettamente in contatto con la depressione. I miei occhi di bambina guardavano gli occhi di mia madre fissare il vuoto per ore, sdraiata a letto nella penombra della camera o sul divano del salotto. Cosa dovevo fare? Come mi dovevo comportare? Era malata? Perché nessuno mi diceva cosa stava succedendo, in quelle giornate in cui il silenzio e il malumore infestavano la casa come fantasmi? La mamma stava male? Era triste, la mamma era triste. Passavo accanto alla mia mamma triste con la paura e la curiosità di chi si avvicina a un gatto randagio: avrebbe potuto ignorarmi, avrebbe potuto mordere, o avrebbe potuto accettare la carezza che le porgevo.

Per la me bambina era un mistero enorme, un mistero magico, incomprensibile, irrisolvibile e più grande di me. Origliando da dietro lo stipite della porta della cucina avevo iniziato a sentire, per la prima volta, parlare di medicine, di gocce, ma i segnali che mi arrivavano continuavano ad essere contradditori e mi confondevano: mamma aveva bisogno che le stessi accanto, o che la lasciassi in pace con la sua “malattia”? E cos’era, poi, quella “malattia”? Era una febbre? Un’infezione? In un certo senso sì, scoprii col tempo, ma allora non lo sapevo, e continuavo ad esitare, non sapendo come comportarmi quando mia madre cadeva in quello stato catatonico e irremovibile, irraggiungibile. Dormiva di giorno, si lamentava del mal di testa la mattina, restava in silenzio o rispondeva a monosillabi e il mio sangue, sangue del mio sangue, sapeva che stava soffrendo. Non sapevo di cosa. Ma sapevo che stava soffrendo. Il sangue non mente.

Lasciavo quell’animale spaventato nella sua tana, le chiedevo solo di tanto in tanto, con voce innocente, perché non veniva a cenare a tavola con me e papà: a volte rispondeva che non aveva fame, a volte non rispondeva proprio, e nella penombra io vedevo che stava piangendo, o che aveva pianto.

I ricordi che ho di quelle crisi sono sempre avvolti dall’ombra, dall’assenza di luce, immersi in un’atmosfera calda ma cupa.

A volte, alla tenerezza subentrava la rabbia. Mi arrabbiavo come si può arrabbiare una ragazzina, perché non capivo; se avessi saputo, non mi sarei arrabbiata. Questa fase subentrò qualche anno dopo, quando non ero più una bambina ma neanche ancora una ragazza. Iniziavo ad intuire qualcosa, ma non era abbastanza, e le mie reazioni erano ancora, inevitabilmente, sbagliate, ma allora non me ne rendevo conto. Vedevo solo mia madre annullarsi, quasi da un momento all’altro, la vedevo soccombere dall’alto della mia vitalità di adolescente, e mi chiedevo come fosse possibile che una persona si lasciasse andare in quel modo.

La depressione rendeva mia madre scontrosa e rabbiosa. Nel mutismo che mi rivolgeva e che io ancora non riuscivo ad interpretare leggevo un rimprovero per qualcosa. Ma cosa avevo fatto? Eppure per essere così gelida nei miei confronti doveva per forza essere arrabbiata con me per qualcosa che avevo, o che non avevo, fatto.

Non era una novità la sua tendenza passivo aggressiva. In casa nostra non si urlava mai, non c’erano mai scontri diretti e aperti, almeno per quello che vedevo io. Non so se i miei genitori litigassero furiosamente quando io non ero in casa. Quando venivo sgridata era sempre in maniera pacata ma fredda, generalmente non immediatamente ma qualche ora o addirittura qualche giorno dopo da quando avevo compiuto il misfatto.

Imparai così a riconoscere i segnali della tempesta in arrivo, e a non forzarli. Aspettavo, aspettavo il momento in cui, con calma fredda e razionale, mia madre mi avrebbe rivolto il rimprovero con parole pesate e rimuginate nel tempo in cui era stata arrabbiata con me ma non me lo aveva detto, covando la disapprovazione nei miei confronti in silenzio dentro di lei.

Col tempo, crescendo, iniziai a tartassarla di domande. Ce l’hai con me? Sei arrabbiata con me? Fino al momento in cui le urlai, piangendo, seduta a tavola, a cena, che doveva dirmelo quando ce l’aveva con me, che ero stufa di vivere in quel clima di terrore, con quel senso di terrore perennemente addosso.

Scoprii anche che la malattia che attanagliava mia madre aveva un nome, e che si chiamava depressione, che i medicinali nell’armadietto della cucina avevano un nome, e si chiamavano paroxetina, citalopram, alprazolam.

Quando guardavo mia madre sepolta sotto al plaid, sdraiata sul divano, nel suo antro oscuro, non sapevo che un giorno anche io mi sarei trovata a fissare il muro rannicchiata nel letto, incapace di muovermi, e men che meno capace di trovare una soluzione e un motivo per andare avanti.

Un giorno l’avrei capita e la sensazione istintiva che avevo avvertito da piccola nel mio sangue sarebbe stata sostituita dalla consapevolezza del dolore che aveva provato in quei momenti. I miei comportamenti e le mie reazioni sarebbero cambiati, avrei cercato di darle il suo spazio e allo stesso tempo il mio silenzioso appoggio. Io e mio padre, a volte, ci saremmo ancora spazientiti, è vero, causandole ancora più sofferenza. Perché quello che avevo capito era che non c’è nulla di più brutto del sentirsi incapaci, impotenti, inutili e vedere le persone che amiamo sgridarci. Perché lo sappiamo benissimo che dovremmo darci una mossa e alzarci da quel maledetto divano, lo sappiamo anche noi, ma non ci riusciamo. Perché se ci riuscissimo non passeremmo quelle ore penose in catalessi.

 

La depressione lascia, a volte, un briciolo di consapevolezza lucida e dolorosa appositamente per fare ancora più male.

Ti fa sentire che dovresti, dovresti davvero, ti fa sentire le voci incoraggianti delle persone che ti stanno accanto, ma ti tappa la bocca e ti taglia le gambe.

Ti dice “guarda” mentre ti tiene legato ed imbavagliato sul divano o nel letto.

 

Elena Ramella

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